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Il centrosinistra può ancora vincere senza Renzi, ma il centrodestra senza Berlusconi perde. E’ questo, al di là di tutto, il vero esito delle elezioni amministrative. Lo stesso astensionismo, a ben vedere, certifica l’agonia di una coalizione che può essere alternativa alla sinistra ma non lo è al proprio leader. Colpa di chi? Qualcuno dice del Cavaliere, re senza eredi, padrone diretto dei consensi e padre indiretto di un astensionismo che, senza di lui, prende il sopravvento; altri puntano il dito contro candidati – da Alemanno a Gentilini – non (più) all’altezza.

Tutto può essere, ed è anche vero che è alle elezioni locali il centrodestra tradizionalmente insegue, ma la sconfitta maturata ieri – e in buona parte già pronosticabile dopo il primo turno – è troppo ampia per limitarsi a processare i presunti colpevoli sorvolando sulla vera portata di una batosta, comunque la si pensi, epocale. Perché qui, parliamoci chiaro, non bastano bende o cerotti: qui servono idee e uomini, voglia di ricominciare. Troppo tardi? No, non è mai troppo tardi. Se il Pd è riuscito a sopravvivere alle umilianti figuracce di qualche tempo fa, Pdl e Lega non possono certo darsi per vinti. Non ora.

Tantissima gente fino a ieri li ha votati, e tanta tornerebbe a farlo se solo maturasse il coraggio d’investire concretamente su giovani meritevoli senza buttare i saggi migliori, di rilanciare la propria identità, i valori liberali e popolari insieme, non statalisti e non individualisti, fondati sulla persona umana. A chi segnala la sfida come ciclopica, è bene rispondere che sì, lo è. E proprio per questo, mentre il Pd gongola, nel centrodestra è vietato distrarsi perché – dalle tasse ancora altissime al bisogno di promuovere realmente principi quali la vita, la famiglia e la sussidiarietà – il lavoro non manca. Anzi, il meglio – o il peggio – deve ancora venire: dipende da noi.

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