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Che cosa succederà al Movimento Cinque Stelle dopo? Dopo le elezioni, s’intende. Sappiamo per certo che i seguaci della priemiata ditta Grillo & Casaleggio raccoglieranno un numero di consensi ragguardevole, addirittura superiore – pare – a quello della coalizione guidata da Mario Monti. Dopodiché il M5S penetrerà finalmente dentro il Palazzo, e sarà dinamite. Dai neoeletti aspettiamoci quindi, specie all’inizio, attivismo a base di focosi interventi in aula, toni dal sapore rivoluzionario, denunce a raffica sulle presunte malefatte dei colleghi, vivacità, proteste nonché l’effettiva restituzione di parte di indennità e rimborsi.

Bene, ma dopo? Dopo, inevitabilmente, accadranno due cose. I cittadini saranno anzitutto spettatori del consueto spread fra le promesse ascoltate in campagna elettorale e quello che verrà affettivamente realizzato; ma per gli elettori del M5S questo spread sarà più amaro dato che dalla quasi certezza di una rivoluzione precipiteranno nel tiepido e consolatorio auspicio di un cambiamento. Per una ragione semplice: senza la minima alleanza, vale a dire in totale isolamento, M5S avrà le mani legale, non potrà cioè far nulla che non sia puro ostruzionismo. Viceversa, se stipulerà qualche alleanza – ancorché temporanea – dividerà inevitabilmente parte dei propri meriti con altri. In ogni caso, dunque, il movimento ne risentirà.

E ne risentirà – seconda conseguenza post elettorale – soprattutto il suo leader, Beppe Grillo, che non potrà più circolare nelle piazze strillando a squarciagola contro un sistema di cui sarà definitivamente parte integrante. Volente o nolente il comico genovese seguirà dunque, anche se non sarà fisicamente in Parlamento, le orme dei leader vari carismatici – vedasi Antonio Di Pietro, un tempo imdomabile ed oggi scodinzolante alla corte di Ingroia – che iniziarono la loro ascesa con sostegni importanti per poi essere protagonisti di parabole discendenti. Non va inoltre sottaciuto un fatto: alla prima gaffe o alla prima ombra in casa M5S, il movimento verrà fatto a pezzi dai nostri mass media, particolarmente vigili, si sa, sul fronte scandalistico.

Obiezione: ma il M5S, scoperte eventuali mele marce (cosa normale in qualsivoglia realtà, da quelle sportive a quelle ecclesiastiche), se ne sbarazzerà subito. Certo, ma il solo fatto di non averle riconosciute per tempo peserebbe come un macigno sulla credibilità di un partito che ha fatto della pulizia totale il proprio motto, la propria ragion d’essere, la propria bandiera. Dicendo questo, naturalmente, non si vuole negare la rilevanza – centrale e prioritaria – dell’onestà nell’impegno politico, ma solo sottolineare come chi oggi promette trasformazioni radicali domani dovrà poi fare i conti con la realtà. E, nel caso di Grillo, anche con gli elettori. E allora, passata la sbornia della prima volta, saranno dolori.

Questo fino a quando non verrà un nuovo capo, un nuovo rivoluzionario che, dopo Grillo e se possibile in modo ancor più netto, prometterà quello che altri non hanno saputo realizzare. Ed avrà anch’egli – c’è da scommettere – un seguito nutrito e convinto. Non perché gli elettori siano mammalucchi, sia chiaro. Ma per il semplice motivo che appare più comodo abbattere un Palazzo che provare a rinnovarlo dall’interno. Senza considerare che quando l’intenzione prima è radere al suolo v’è il rischio di dimenticarsi di quel che si è distrutto per poi, magari, ricostruirlo in modo identico. Si realizzerebbe così la profezia dell’immenso Tomasi di Lampedusa, che notava che quando si parla di rivoluzione, alla fin fine, si finisce sempre col cambiare qualcosa affinché tutto resti com’è.

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