annunciato

La più notizia più grande, paradossalmente, non è una notizia. Non del tutto, almeno. L’ipotesi che il Santo Padre potesse lasciare, infatti, per quanto straordinaria era nell’aria da tempo. Lui stesso, ancor prima di essere eletto Papa – si era nel 2002, e il rischio era il peggioramento delle condizioni di Giovanni Paolo II – fece capire di ritenere la rinuncia al ministero petrino, a determinate condizioni, una strada percorribile. Nel 2006 chiese poi un consulto ad alcuni esperti circa la possibilità di dimissioni mentre nel settembre 2011 fu il giornalista Antonio Socci a spiegare, sulla scia di quanto il Papa dichiarò l’anno prima in Luce del mondo, il libro-intervista di Peter Seewald («A volte sono preoccupato e mi chiedo se riuscirò a reggere il tutto anche solo dal punto di vista fisico»), come costui sarebbe potuto arrivare all’annuncio di ieri già «allo scoccare dei suoi 85 anni».

Perché dunque il Papa ha atteso l’11 febbraio 2013? Quali le ragioni di questa tempistica? La data, anzitutto, sembra non essere causale. Infatti – prima che essere il giorno del riconoscimento di Enrico VIII quale capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, nonché quello di nascita di un uomo, Niccolò Sfondrati (1535 – 1591), che sarebbe Papa col nome di Gregorio XIV – l’11 febbraio rappresenta l’occasione del primo dei diciotto incontri intercorsi fra la Madonna e Bernadette. Che il Santo Padre, per ufficializzare la notizia della rinuncia ministeriale, abbia atteso proprio l’11 di febbraio sembra quindi essere tutto fuorché una coincidenza. E sa molto, a pensarci bene, di convinto invito alla preghiera verso la «Madre di Cristo, Madre della Chiesa», per usare le parole che Papa Paolo VI pronunciò il 21 novembre 1964, nel Discorso ai Padri Conciliari alla conclusione della terza Sessione del Concilio.

Se la data non sembra causale, verosimilmente non lo sono neppure gli ormai diversi mesi intercorsi dalle prime indiscrezioni – riportate da Socci – circa la possibile scelta del Papa al suo annuncio. Ne consegue l’ipotesi che una ri-lettura dell’ultima parte del pontificato – soprattutto delle nomine effettuate ed i discorsi pronunciati – possa dire molto della Chiesa di domani, esattamente come in Giovanni Paolo II, in particolare per quanto riguarda il rigore dottrinale e l’attenzione ai temi etici, era possibile intravedere parecchio di quello che poi sarebbe stato l’impegno di Benedetto XVI. Sbirciando meglio fra le pieghe di quei sette anni e dieci mesi, insomma, si potrebbe trovare più di un semplice governo del presente: delle discrete indicazioni per il governo del futuro, per esempio. Ciò detto, l’interrogativo più importante rimane al suo posto: come mai questa scelta? Che cosa ha spinto il Santo Padre a compiere questo passo così particolare e irrituale, così drammatico e lucido?

Un giro in rete o sui giornali e vedrete quanto già si scrive, a volte si immagina, spesso si favoleggia. Ma come non di rado accade la verità rischia, anche qui, di essere quella meno considerata, e cioè la più semplice: ormai più vicino ai novanta che agli ottanta il Santo Padre può aver capito che non avrebbe potuto guidare la Chiesa ancora per molto, anche se intellettualmente attivo. Anzi, proprio per quello, proprio per la profonda consapevolezza delle sfide epocali che attendono la Sposa di Cristo, Benedetto XVI può aver ritenuto pericolosa – anche se inevitabile – l’eventualità di un proprio ulteriore declino fisico, che ne avrebbe indebolito la presa sul timone che fu di Pietro. Per questo può aver maturato, dopo meditazione e preghiera, la sua rinuncia; non già, quindi, per paura di scandali (dopo pedofilia & Vatileaks che c’era temere?), ma per amore della Chiesa. Perché possa avere presto un pastore che seguiti a resistere, a proteggere le sue pecore, attento alle tenebre e ai lupi. A partire da quelli che sembrano agnelli.