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Non bastavano le risoluzioni con le quali il Parlamento europeo ha insistito sul diritto al matrimonio o ad un’unione quale diritto fondamentale a prescindere dall’orientamento sessuale [1], né quella con cui si è raccomandato «agli Stati membri di riconoscere, in generale, i rapporti non coniugali fra persone sia eterosessuali che omosessuali» [2]. Non bastava nemmeno, oltre ad una ormai consolidata svolta giurisprudenziale in questo senso [3], la recente risoluzione con cui l’Europa ha detto di rammaricarsi «dell’adozione da parte di alcuni Stati membri di definizioni restrittive di «famiglia» con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli» [4]. No, ci voleva pure “Rights on the move-Rainbow families in Europe”, progetto internazionale di ricerca cofinanziato dalla Commissione europea con 500.000 euro e finalizzato alla realizzazione di «un libro bianco con le indicazioni legislative per uniformare le normative a livello comunitario» in materia di famiglie arcobaleno [5].

Ora, qui non si vuole in alcun modo passare per pignoli e men che meno per omofobi, ma la domanda viene spontanea: la Commissione europea non aveva propria nulla di meglio a cui pensare con 500.000 euro? Non sapeva proprio che farsene? Siamo o non siamo nel mezzo della più profonda depressione economica dalle origini dell’integrazione comunitaria? E allora perché, tanto per stare in tema di famiglia, l’Europa non si decide – con tutto il rispetto per “Rights on the move-Rainbow families in Europee quanti vi lavorano dal primo gennaio di quest’anno e vi lavoreranno fino alla sua conclusione, prevista per l’ottobre 2014 a spendere altrimenti i suoi danari, per esempio con mirate politiche di sostegno alla natalità, migliore risposta a quell’invecchiamento demografico che – secondo stime elaborate dalla stessa Europa, mica dal Vaticano o da Avvenire – se le cose non cambieranno fra 2010 e 2060 accrescerà la spesa pubblica non di 1 o 2 bensì di 5,2 punti [5]? Il grande timore è che, anziché pensare al futuro comune, in Europa molti pensino a tutt’altro. Ed è un peccato.

Note:[1] Cfr. Risoluzioni 8 febbraio 1994; 17 settembre 1998; 16 marzo 2000; [2] Risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea, n. A5-0281/2003; [3] Cfr. European Court of Justice (ECJ), 17 febbraio 1998, caso Lisa Jacqueline Grant, causa C-249/96; ECJ 31 maggio 2011, procedimenti riuniti C-122/99 e C 125/99 P; ECJ 1 aprile 2008, caso Tadao Maruko, causa C-267/06; ECJ 10 maggio 2011, Caso Jürgen Römer, causa C-147/08. Si veda poi Caggia F. Il rispetto della vita familiare in I diritti fondamentali in Europa, XV Colloquio biennale, Messina – Taormina, 31 maggio – 2 giugno 2001, organizzato dall’Associazione italiana di diritto comparato, Milano, 2002 (ed. anche in «Famiglia e diritto», 2002; 212 ss.); Ceccherini E. (2001) Il principio di non discriminazione in base all’orientamento sessuale. Un breve sguardo sullo stato del dibattito nelle esperienze costituzionali straniere. «Diritto pubblico comparato ed europeo»; I: 39-60; [4] Risoluzione del Parlamento europeo del 13 marzo 2012 sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea– 2011 (2011/2244(INI)), 7; [5] Cfr. Voltolini S. Famiglie omosessuali, uno studio europeo, «Corriere del Trentino», 23/1/2013, p. 2; [6] Cfr.The 2009 Ageing Report: economic and budgetary projections for the EU-27 Member States (2008-2060), «European Economy», n. 2, Bruxelles