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Pupi Avati – come gli avatiani sanno bene – ama la famiglia. La ama perché è sposato da 48 anni, perché di famiglia parla spessissimo nei suoi film e perché cerca di farsene una, ogni volta, con i suoi attori.  «Di lui – scrive Simone Isola – si racconta che nutra non solo affetto profondo ma anche una malcelata gelosia per gli attori che sceglie; che soffra quando lo lasciano per un altro film e un altro regista. Perché non sono solo più attori ma componenti di una famiglia, della sua famiglia. Una famiglia sgangherata, inesistente ma capace all’occorrenza di ritrovare la forza di stare insieme, di essere unita» (Pupi Avati, Sovera Editore, Roma 2007, p. 113).

La cosa interessante – e politicamente scorrettissima – è che Avati non ama una famiglia generica, bensì quella fondata sul matrimonio. Lo si capisce già dal titolo di molti suoi lavori – Sposi (1987), Il testimone dello sposo (1998), La seconda notte di nozze (2005) – e ne si ha ulteriore conferma da come ha scelto di chiamare una serie tv di sei puntate che verrà trasmessa in Rai a febbraio: Un matrimonio. Peccato solo che Pupi Avati non sia fra i candidati delle prossime elezioni: in politica ci sono già tanti attori che parlano per finta di famiglia, che un regista che la ama davvero non solo non sfigurerebbe ma sarebbe provvidenziale. Pensaci, Pupi.