Ringrazio Alberto Alesina – e lo ringrazio di cuore – per due ragioni. Anzitutto per aver chiarito un problema fin troppo discusso: non solo non c’è alcuna forma di maschilismo all’origine della minor partecipazione femminile al mondo del lavoro, ma non c’è neppure un’ideologia, bensì uno strumento, l’aratro. Riprendendo quanto già ipotizzato dall’antropologa ed economista Ester Boserup (1910 – 1999) e da Fernand Braudel (1902-1985), Alesina ha infatti dimostrato che è l’uso dell’aratro – strumento il cui impiego richiede forza e che quindi è finito presto nelle mani esclusive dell’uomo – «in tempi precoloniali e preindustriali» ad influenzare «ancora oggi il ruolo della donna nella società» [1]. Molto, insomma, è partito da lì.
Una seconda ragione per provare sincera gratitudine (e forse anche qualcosa in più) nei confronti di Alesina è di aver ricordato la meta ideale per quante credono che la donna si realizzi solo attraverso il lavoro, che dedicare buona parte del proprio tempo al lavoro domestico ed alla crescita e all’educazione dei figli sia umiliarsi e non rappresenti – come invece rappresenta – un modo autentico di donarsi e quindi di essere donne fino in fondo. Alesina va ringraziato per aver rammentato, forte della sua indiscussa autorevolezza, che il Paese dove certe neofemministe debbono trasferirsi all’istante perché là il 93,2% delle donne lavora non è l’Europa del nord, non è la Germania e non sono neppure gli Stati Uniti di mister Obama. E’ il Burundi. Buon viaggio, simpaticone.
[1] Alesina A. Il dominio dell’aratro, “La lettura”, «Corriere della Sera» 9/12/2012, pp. 2-3

La meta va bene anche per certi economisti, giusto per restituire alcune braccia all’agricoltura.