All’attuale crisi economica – forse il definitivo tramonto di un certo tipo di capitalismo – se ne affiancano altre, dalla scomparsa dell’etica, detronizzata da utilità ed interesse, all’agonia di una politica sempre più appiattita su logiche pubblicitarie distanti anni luce da qualsivoglia concezione del “bene comune”.
Tocca segnalare che nemmeno la cultura e la nostra bella lingua stanno conoscendo stagioni felici, soprattutto quest’ultima. Gli insegnanti di lettere sanno benissimo a cosa alludo: delle duecentoventimila parole che costellano il nostro sterminato vocabolario, i ragazzi, quando va bene, ne padroneggiano appena duecento; per non parlare del congiuntivo, ora trascurato ora deturpato da improvvisate storpiature.

Si racconta che Basilio Puoti, intransigente purista partenopeo nonché maestro di Francesco De Sanctis, svegliato nel cuore della notte da un amico burlone, allorché costui gli rivolse un «vorrei che tu ti alzi», mise da parte la rabbia per il sonno bruscamente interrotto per replicare seccamente: «Sciagurato, che tu ti alzassi, si deve dire, che tu ti alzassi!». Altri tempi.
I sociologi hanno scoperto che il 28% dei giovani italiani pensa che “elidere” significhi “volare”, mentre il 24% sostiene che “abiurare” sia il verso d’un non meglio precisato animale; per il 35% dei ragazzi della Penisola “dirimere” è il sinonimo di “andare a zonzo” e quasi 3 su 4 confessano indecisione, quando scrivono, tra il “se” ed il “sé”.
Scenari così avvilenti possono indurci a sperare che quella ritratta poc’anzi sia una gioventù sì analfabeta, ma statisticamente irrisoria. Sbagliato. In Italia abbiamo giovani laureati così creativi che nei loro scritti, senza saperlo, coniano nuovi vocaboli: si va da «ogniuno» a «comuncue», da «all’ungadosi» a «risquotere».
Dalla temuta matita rossa non si salvano – incredibile ma vero – neppure i Nobel:per dare visibilità ad un progetto ideato con Albertazzi e ritenuto sottovalutato, Dario Fo, acquistata un’intera pagina del quotidiano “La Repubblica”, fece scrivere: «Qual’è la ragione di tanto silenzio?».
Ignoriamo se Fo abbia trovato o meno le risposte che cercava, certamente in molti, leggendo il suo curioso appello, si saranno chiesti: qual è la ragione del suo Nobel?.
Battute a parte, il degrado lessicale e grammaticale che colpisce la lingua italiana ha più responsabili.
I più importanti tra questi, a mio avviso, sono tre.
La prima imputata, inevitabilmente, è la nostra scuola, una scuola impossibile da riformare pena insurrezioni popolari, eppure fatiscente tanto nelle strutture quanto nel livello didattico: abbiamo giovani e belle insegnanti che, anziché far lezione, finiscono immortalate su Youtube mentre si fanno palpeggiare impassibili dai loro allievi che, quanto ad intraprendenza, strapazzerebbero anche il più ispirato Alvaro Vitali. Se è vero che parte del nostro sistema scolastico si regge ancora sulle sue intuizioni, Giovanni Gentile si starà rivoltando nella tomba.

La seconda imputata, quando si parla di crisi dell‘italiano, è lei, l’unica babysitter in servizio a tutte le ore: la televisione. Eccettuati Bonolis e Scotti, che padroneggiano bene l’italiano, è tutta un’epifania di frasi fatte, di slogan e di affermazioni di una banalità imbarazzante.
Anziché crescere ballerini e cantanti, Maria De Filippi farebbe meglio a ripartire dall’alfabeto; se non altro avrebbe a disposizione molti più concorrenti. Accanto alla televisione, semina analfabetismo anche l’impiego di mail e di sms; impiego spesso dominato da una fretta morbosa di digitare, anche a scapito della correttezza.
Capita così che, in particolare con gli sms, la lettera “k” venga clonata ovunque, tutto “kiaro“?
Il terzo ed ultimo fattore indispensabile per spiegare il degrado odierno è la lettura, passione oramai da nostalgici. I numeri parlano di una calo fattosi vertiginoso a partire dal 2007, ma è risaputo che, tra i sessantamila titoli pubblicati all’anno, i giovani preferiscono barcamenarsi tra Harry Potter e le ultime fatiche di Moccia, tutte opere, con rispetto parlando, da leggere, in assenza d’altro, sotto l’ombrellone.
Dunque non è solo una questione di quantità, ma di qualità: i classici non vengono più letti.
Peggio: va diffondendosi, tra i giovani e non solo, l’arte della menzogna.
Secondo uno studio del National Literacy Trust due su tre tra coloro che dicono di aver letto Joyce mentono, lo stesso con Tolstoj, mentre mente addirittura uno su due fra quanti sostengono di aver letto “1984” di Orwell, romanzo che più d’ogni altro ha denunciato anticipandole proprio le odierne perversioni del linguaggio, sempre più drogato e distante dalla realtà che dovrebbe descrivere.

A chi volesse approfondire più da vicino l’entità di quel disastro che è l’italiano parlato oggi dai giovani, consigliamo “5 in condotta” di Mario Giordano (Mondadori 2009), dove si mescolano i risultati di anni di cultura televisiva e di analfabetismo.
Quanti invece intendessero, senza tornare tra i banchi di scuola, ritrovare divertendosi un buon rapporto con la lingua, avrebbero l’imbarazzo della scelta; ci limitiamo a ricordare il non nuovo ma validissimo “Impariamo l’italiano” di Cesare Marchi (Rizzoli 1992) e lo spensierato “L’italiano – lezioni semiserie” di Beppe Severgnini (Rizzoli 2007).
Ai puristi, infine, si addice la lettura di “E’ un problema tuo” di Filippo La Porta (Gaffi editore 2009), nel quale lo studioso mira a denunciare «un pluralismo ridondante che inventa con ritmo febbrile nuove espressioni passepartout e prive di senso ma dotate di un’apparenza di glamour».
Ma per chi voglia divenire sul serio un cultore della lingua, non c’è che una lettura da consigliare: il dizionario. D’Annunzio, al dizionario, dedicò interi giorni, mentre Anatole France asseriva che lì vi sono tutti i libri del mondo, passati e futuri, basta tirarli fuori.
Anche Théophile Gautier, interrogato da Baudelaire sulla qualità straordinaria della propria scrittura, rispose: «Ho studiato molto il vocabolario»
Buona lettura.

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