«Qui a maggio andiamo a casa: non entriamo in Parlamento. L’Idv è finita domenica, a Report» [1]. Che Tonino, prima o poi, potesse tramontare politicamente era ragionevole aspettarselo; ma che fosse lui per primo ad ammetterlo o addirittura a pronosticarlo no, non ce l’aspettavamo. E ci suggerisce l’urgenza di un ritratto “dal vivo”, prima del suo congedo, di questo protagonista della scena politica italiana.
Protagonista che, a differenza dei vari Berlusconi, D’Alema, Bossi, Mastella, a turno silurati dalle inchieste della magistratura, fino ad oggi pareva immune da ogni scandalo. Non solo: è stato sempre lui, fino a l’altro giorno, ad indignarsi, a gridare continuamente allo scandalo, ad inorridire per l’italianissima politica da Bagaglino, anche se poi, al Bagaglino, quello vero, era il primo a metterci piede [2]. La ragione per cui, se non tutto, negli anni a Di Pietro è stato comunque perdonato molto, sta nella credibilità che, agli occhi di molti, si era guadagnato da magistrato.
Sentiamo con che venerazione e simpatia lo descriveva in quel periodo un bravo e attento giornalista quale Giampaolo Pansa: «Aveva una bella faccia paffutella da contadino molisano, una faccia quasi d’altri tempi, da ragazzo che, per andare a scuole, doveva alzarsi presto, fare un pezzo di strada in bicicletta e poi prendere la corriera. Mi colpirono i suoi occhi. Erano occhi da bambino buono, ma vivacissimi: sorpresi, ridenti, maliziosi, spazientiti» [3]. La trasparenza fatta persona, insomma.
Di toni assai simili scriveva di lui Bruno Vespa: «Anch’io avevo simpatia per lui: le sue origini modeste, l’adolescenza trascorsa in una regione povera (il Molise) […] la breve emigrazione in Germania per fare l’operaio, la carriera da segretario comunale a commissario di polizia e, infine, da pubblico ministero […] la sua serietà temperata ad un sorriso schietto» [4]. Uno oggi può anche prendere le distanze da simili descrizioni ma di una cosa, comunque la si veda, va dato atto a Di Pietro: di essere stato, nel suo piccolo, un visionario. Una sorta di Steve Jobs della magistratura, potremmo dire.
Infatti, come scrive Colaprico, «Antonio Di Pietro è uno dei pochi sostituti procuratori che hanno accettato di occuparsi di un settore allora non molto ambito, i reati nella pubblica amministrazione. Lo fa dal 1987. E’ diventato un esperto di computer» [5]. Il padre di Apple aveva capito che ci sarebbe stato un pc nella casa di ogni cittadino, il padre dell’Italia dei Valori, invece, aveva capito che ci sarebbe stato un pc – possibilmente potente e ricco di dati – nell’ufficio di ciascun magistrato. Possono sembrare dettagli, ma non lo sono affatto.
Naturalmente sul Di Pietro magistrato si potrebbe dire ancora di tutto di più – e non solo in termini elogiativi, naturalmente – ma ci fermiamo qui per passare ad un elemento poco conosciuto di quest’uomo. E cioè, per così dire, il suo lato misterioso. Proprio così: misterioso. A partire dalle cose più insignificanti. Esempio: in più interviste Di Pietro ha raccontato di esser nato l’1 ottobre ma di esser stato registrato all’anagrafe il giorno dopo, cioè il 2. In effetti, ben due biografie sull’ex magistrato [6] dicono questo. Eppure, al Comune di Montenero di Bisaccia risulta invece che nacque il 2 ottobre e che fu registrato il 4. Curioso, no? Spesso si rimproverano ad altri trascorsi poco chiari, ma per Di Pietro le vicende da chiarire pare inizino già dalla data di nascita.
La sua laurea, poi, è effettivamente qualcosa di incredibile e basta guardare il libretto d’esami per rendersene conto. Ai tempi – siamo a metà dei Settanta – le lauree triennali, o mini lauree, non esistevano; insomma, una laurea era una laurea, bisognava sudarsela duramente. Ebbene, Tonino diede il primo esame il 28 maggio del 1975 e sì laureò con 108/110 presentando una signora tesi di ben 320 pagine già nel luglio 1978, il 19 per essere precisi: un missile, un mostro di scienza che farebbe impallidire Pico della Mirandola [7]. Tenete presente che mentre macinava questa bruciante carriere universitaria, Di Pietro – oltre ad essere amministratore comunale, a ristrutturarsi la villetta di Lambrugo, a giocare a calcio, ad essere marito e padre – lavorava pure, e – pare – non arrivò mai a chiedere ore di permesso per ragioni di studio all’Elettronica Aster (azienda di armi controllata dal Sismi): una vera forza della natura. C’è chi ironizza sull’autenticità del suo percorso accademico, ma noi siamo garantisti e ci fidiamo di Tonino anche se, in effetti, oltre alla strabiliante rapidità, ci sono altri aspetti incredibili del suo percorso accademico.
Il suo libretto, per esempio, riporta che sostenne l’esame di Istituzioni di diritto privato (la prova consisteva nello studio di qualcosa come 1100 pagine e 2969 articoli del codice civile da conoscere come le proprie tasche) in data 4 luglio 1975: fu il suo terzo esame [8]. Sentite cosa dichiarò Agostino Ruju, assistente del docente di ruolo a quel tempo, il professor Pietro Trimarchi: «Se è vero che Di Pietro sostenne Diritto privato il 4 luglio del ’75 ricordo che quello fu il mio primo appello da assistente: bocciai tutti». In seguito, stranamente, Ruju smentì quanto detto. E, per altre ragioni, durante Mani Pulite fu fatto arrestare proprio da Antonio Di Pietro: com’è piccolo il mondo, eh?
Al di là del discorso laurea, pare che comunque il rapporto di Tonino con l’università non sia mai stato dei più trasparenti. Non noi, ma il fido Beppe Grillo – lo stesso che oggi lo vorrebbe al Quirinale – ha affermato che Antonio Di Pietro ha fondato l’Italia dei Valori in una delle allora 102 sedi del Cepu sotto sequestro dalla Guardia di Finanza per associazione a delinquere, bancarotta, usura, riciclaggio [9]. Non male, per un politico che ha sempre fatto della trasparenza un motto, un dovere, una missione. Sempre a proposito di trasparenza, pochi sanno che L’Italia dei Valori, per molti anni, è statol’unico partito politico nel mondo occidentale in cui- statuto notarile alla mano – la sua guida, cioè Tonino, non poteva esser sfiduciato.
Per capirci, se per assurdo il 99.9% dei tesserati dell’Italia dei Valori avesse deciso, riunitosi in congresso, di eleggere un Mario Rossi qualsiasi alla guida del partito, il loro plebiscito non avrebbe avuto alcun valore e Di Pietro non sarebbe costretto a dimettersi. Una visione un tantino antidemocratica della partito, dunque. E pure maschilista, stando a quando dichiarato da Wanda Montanelli, ex responsabile delle Pari Opportunità dell’Italia dei Valori, la quale è arrivata ad avviare nientemeno che un «digiuno […] una protesta civile, non violenta contro la gestione maschilista di Di Pietro dell’Idv» [10]. Sorvoliamo poi sulla questione familiare, sul figlio consigliere regionale e su altri aspetti già noti. E che evidenziano solo in parte le numerose contraddizioni politiche di Di Pietro.
Da un lato, infatti, Di Pietro è quello vuole il Parlamento libero da chi ha una fedina penale sporca, dall’altro, alle elezioni, non ha esitato ad allearsi col Partito Democratico nelle cui file militano politici come Enzo Carra. Perché citare Carra? Perché il 4 marzo del lontano 1993 Enzo Carra fu fatto arrestare, indovinate da chi? Ma sì, da lui: da Di Pietro. Ricapitoliamo: Di Pietro si allea con persone che fece lui stesso arrestare e poi invoca la svolta morale della politica. Chi ci capisse qualcosa è pregato di farlo presente.
Il discorso si fa ancora più curioso se si pensa alla P2: com’è noto, Di Pietro detesta la Loggia P2, per lui è l’origine d’ogni male, la prova provata della pessima reputazione di Silvio Berlusconi. Ora, a parte che c’è chi sostiene che Di Pietro fosse, quando era poliziotto, collaboratore del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, da molti ritenuto iscritto alla P2, come dimenticare il nome di Pino Aleffi, candidato dall’Italia dei Valori in Sardegna nonché tessera n. 762 della famigerata loggia di Licio Gelli?
Un capitolo a parte, poi, meriterebbe il tema-casta. Tema di cui Di Pietro farebbe meglio a non parlare, come fa ed ha fatto spesso in questi anni, anche perché, nella sua non breve carriera politica, ha già avuto modo di servirsi ad abundantiam dei tanto vituperati “privilegi della politica”. Un esempio su tutti: si sa per certo che l’8 Luglio 1997 utilizzò un aereo, precisamente un Falcon del Sisde, per andare e tornare a Castellanza, dove si recò a tenere una lezione all’università. Tradotto: anziché munirsi di un biglietto civile da duecentomila lire – dei quali avrebbe avuto il totale rimborso, essendo Ministro – utilizzò un volo di 7 milioni delle vecchie lire tutte a carico del contribuente per questioni istituzionali fino ad un certo punto [11].
Concludendo – e concludiamo tralasciando ogni voce sulle sue numerose case (a proposito, capirai che scoop ha fatto Report: il Corriere della Sera, mica Il Giornale o Libero, ne riferiva già 3 anni fa [12] ), sulle conoscenze che qualcuno potrebbe dire “poco raccomandabili” o sfortunate dell’ex pm [13] e su molto altro – augurandoci sinceramente che Di Pietro politicamente sopravviva a questo momentaccio. Perché se non lo facesse darebbe ragione a quanti, in questi anni, hanno sostenuto che non Tonino avesse un bel niente da dire, eccetto dar contro a Berlusconi; e non sarebbe affatto una bella fine. Soprattutto per chi contava di portare in politica dei Valori.
Note: [1]Di Pietro A cit. in «Corriere della Sera», 2/11/2012, p. 15;[2] http://it.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DzFVxNEJjOr8; [3] Pansa G. I bugiardi. Tivù, giornali e partiti nell’Italia delle tangenti e della mafia, Sperling & Kupfer, Milano 1992, p. 189; [4] Vespa B. 1989-2000 – Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, Mondadori, Milano 1999, p. 134; [5] Colaprico P. Capire Tangentopoli, Il Saggiatore, Milano 1996, p. 11; [6] Cfr. Antonio Di Pietro, 1992; I giudici di Milano, 1993; [7] Per un approfondimento della carriera universitaria di Di Pietro si rimanda al documentatissimo Facci F. Di Pietro. La biografia non autorizzata, Mondadori, Milano 1997, pp. 24-27; [8] Ibidem; [9] http://it.youtube.com%2Fwatch%3Fv3Dlm3V0R28eAw; [10] Wanda Montanelli (Idv) digiuna: il partito è troppo maschilista, «Avvenire», 25/3/2008, p. 8; [11] Cfr. «Epoca», 26/7/1997; [12]Cfr. Zuccolini R. Di Pietro e le accuse sulle case: alcune le ho già vendute, «Corriere della Sera», 10/1/2009, p. 15; senza dimenticare la copertina del settimanale Panorama (tacciabile però – orrore – di essere berlusconiano) che 5 anni fa, cioè due prima del Corriere, titolava: «L’Italia dei Valori (Immobiliari). Antonio Di Pietro, fenomenologia di un ministro troppo furbo», «Panorama», 25/10/2007, Anno XLV n. 43 (2164); [13] Cfr. Nuzzi G. Di Pietro a tavola con il boss mafioso; Facci F. Gli sfortunati incontri della giovane toga. «Libero», 26/3/2010, pp. 1-17
