Comportatevi bene, perché un giorno potreste diventare sindaci. Ha detto così Giancarlo Gentilini, ex sindaco sceriffo di Treviso, ai figli di Abdallah Khezraji, leader dei musulmani di Treviso vicepresidente nonché vicepresidente della consulta degli immigrati del Veneto, dopo che quest’ultimo ha giurato sulla Costituzione divenendo a tutti gli effetti cittadino italiano. La notizia, assai curiosa se si pensa che per anni Gentilini e Khezraji se le sono dette di santa ragione, altro non è che l’ennesima dimostrazione della vera anima del leghismo, che non è  affatto – con buona pace di tanti nemici giurati del movimento fondato da Bossi – espressione del razzismo. Infatti i leghisti, come ha osservato anche Giuliano Ferrara, quanto ad integrazione predicano male e razzolano bene; rifuggono, questo sì, dalla retorica del multiculturalismo ma non sono affatto razzisti. Anzi.

E la conferma viene proprio da Treviso e, più in generale, dal Veneto, regione dove governa un votatissimo leghista e che non risulta affatto xenofoba. I veneti – come ha ricordato Stefano Lorenzetto – «si mostrano sospettosi con gli stranieri ma ne accolgono più di qualsiasi altra regione d’Italia dopo la Lombardia […] non sono ancora pronti a fondere il bianco col nero ma continuano a mandare i missionari a morire in Africa sulle orme di monsignor Daniele Comboni» (Cuor di Veneto, Marsilio 2010, p. 53). I veneti sono così e i leghisti, quasi sempre, pure: cani che abbaiano e non mordono. La realtà è questa. E tutti coloro che denunciano i toni spesso esagerati dei comizi del Carroccio leggono tanti bei libri ma i leghisti non li frequentano. Così come non frequentano gli stranieri dei cui diritti, almeno idealmente, si fanno paladini, salvo poi tornarsene al circolo del golf. Non come Gentilini che, dopo anni di sparate e rivoluzioni annunciate se ne sta lì, a sorridere accanto al leader musulmano e alla sua famiglia.