«A Napoli la prostituzione è in aumento: stiamo ragionando sulla possibilità di creare un luogo sociale […] dove vedere film, mangiare un gelato e anche appartarsi se lo si vuole»[1]. Maldestramente nascosta dietro un giro di parole, l’idea del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, è fin troppo chiara: lui e la sua Giunta stanno pensando ad una sorta di riapertura delle “case chiuse”. Si tratta di un provvedimento che, se  varato, di fatto corrisponderà ad intenzioni politiche trasversali, condivise a destra come a sinistra.

Da tempo, infatti, molti politici si sono convinti che l’istituzione di appositi quartieri a luci rosse da un lato potrebbe essere un modo per monitorare anche fiscalmente il fenomeno della prostituzione, e, d’altro lato, contribuirebbe a “ripulire” la città da spettacoli non proprio decorosi e, come accade a Napoli,«in aumento». E’ un’idea buona? Nient’affatto. Per almeno tre motivi.

Il primo. La prostituzione, salvo nei casi (assai minoritari) dov’è volontaria, rappresenta una delle più intollerabili e redditizie umiliazioni della donna. Posto quindi che legalizzarla significherebbe colpire duramente – per in giunta in anni nei quali se ne fa un gran parlarle – proprio i diritti della donna, è quanto meno ingenuo supporre che gli sfruttatori e la criminalità organizzata, una volta depenalizzata o regolamentata la prostituzione, cesseranno subito di fare il loro mestiere: semmai lo faranno più spensieratamente; lo sfruttamento, dunque, continuerà. Esattamente come purtroppo continua, anche in Italia, lo sfruttamento umano all’interno di molte fabbriche ed attività che pure sarebbero – per quanto producono e rivendono – del tutto legali.

Il secondo. Regolarizzare la prostituzione non aiuterà, se non in minima parte, le casse dello Stato. Per spiegarlo si può, anche in questo caso, ricorrere all’esempio – particolarmente attuale, in Italia –  di altre attività commerciali, che virtualmente sono del tutto legali ma che di fatto sono piattaforme di continua e consistente evasione fiscale. Perché mai, allora, un mondo così prossimo al racket com’è quello della prostituzione dovrebbe, una volta regolamentato, essere meno estraneo a prassi al di fuori della legalità e della regolare contribuzione fiscale? C’è il dubbio che coloro che tifano per le “case chiuse” – anche se in buona fede – pecchino davvero di grande ingenuità

Il terzo. Il fatto che prostituzione, come afferma de Magistris, sia «in aumento» non costituisce a livello istituzionale una buona ragione per riconoscere o depenalizzare il fenomeno. Se infatti fosse la sola diffusione statistica e sociale di un fenomeno a rappresentarne una fonte di legittimazione giuridica, perché mai non dovremmo considerare seriamente l’ipotesi di regolamentare anche realtà oggi perseguite quali lo spaccio, la vendita di organi, il furto e in definitiva la stessa, diffusissima l’evasione fiscale? La realtà è che è impossibile – anche, anzi soprattutto per il Legislatore – prescindere da una dimensione etica. Diversamente vigerebbe il principio, solo in apparenza filantropico ma disastroso sotto il versante educativo, del «tutto è permesso».

Per i summenzionati ed altri motivi, c’è dunque da augurarsi un celere ripensamento della Giunta comunale di Napoli sul versante – sia pure mascherato sotto l’ambigua ed ipocrita espressione di «luogo sociale dove vedere film, mangiare un gelato e anche appartarsi se lo si vuole» – della riapertura delle  “case chiuse” o comunque dell’organizzazione di appositi quartieri dedicati alla prostituzione. La criminalità organizzata non merita un così grande favore; le prostitute non meritano un simile oltraggio; Napoli è troppo bella per essere mandata a puttane.

[1] http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2012/16-agosto-2012/troppe-prostitute-strada-penso-un-quartiere-luci-rosse-tutelarle-2111465975714.shtml