
Scrittori e giornalisti sopravviveranno all’Intelligenza Artificiale? Non si tratta di un dilemma originale – se ne parla ormai da anni -, ma, non essendomene mai occupato (e trovando utile tenere allenata la penna anche in vacanza), scelgo di farlo ora, condividendo qualche breve pensiero che spero possa suonare stimolante. Vengo subito al sodo, premettendo che articolerò la mia riflessione in tre passaggi apparentemente in antitesi tra loro ma invece, a mio avviso, indispensabili per mettere a fuoco un tema non semplice. Su questo, infatti, la penso come lo scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila (1913-1994), che avvertiva: «Tutto ciò che non è complicato è falso».
Perché è un falso problema
La prima cosa che credo vada colta è che, in parte, l’idea che l’Intelligenza Artificiale possa rendere superflui i lavori di scrittori e giornalisti è un falso problema. Prima di tutto perché queste professioni – la seconda più ancora della prima – sono già in crisi oggi (sfruttate, sottopagate e tenute al guinzaglio da esigenze editoriali quindi commerciali). Perciò l’AI al massimo peggiorerà una situazione, di fatto, grave già da tempo. In seconda battuta, siamo davanti ad un falso problema perché già oggi molti giornalisti e scrittori – vuoi per velocizzare il lavoro, vuoi per pigrizia – si servono dell’AI. E su questo voglio essere molto chiaro, sottolineando che esistono due tipi di colleghi: quelli che lo ammettono e quelli che mentono.
Perché è un vero problema
Allo stesso tempo, ritengo che l’Intelligenza Artificiale rappresenti una reale minaccia alla nostra creatività scrittoria. E questo per il motivo – ovvio e innegabile – che meglio risponde a logiche produttive: fa prima, anzi fa subito, costa infinitamente meno e, tutto sommato, fa anche molto bene. Certo, serve dare i giusti comandi, con accuratezza e precisione. Ma l’efficienza dell’Intelligenza Artificiale non è in discussione. La macchina è effettivamente (speriamo solo su questo) una macchina da guerra. E, vedendo quanto si sta abbassando il livello letterario e giornalistico, mette simpatia. Ironia a parte, per quanti (non sono molti, ma ancora qualcuno c’è) vivono di scrittura, toccherà correre alle contromisure. Come? Puntando sulla personalizzazione: del proprio lavoro, della propria competenza e, in definitiva, del proprio pubblico.
Come finirà?
Dunque, come finirà? Davvero tra qualche decennio, se non tra qualche anno, scrittori e giornalisti saranno estinti? La verità è che non lo sa nessuno. Di certo queste professioni usciranno, purtroppo, assai più ridimensionate rispetto a quanto già non lo siano ora. Tuttavia, escludo scompariranno. Per due semplici motivi, che sono gli stessi per cui l’AI non potrà mai cancellare la poesia (e quindi i poeti). Il primo è l’imperfezione umana: l’AI tende ad essere utilizzata per fare prima e fare meglio, ma nella scrittura – quella vera – e nei suoi infiniti dettagli (la struttura delle frasi, la scelta dei termini, l’uso delle virgole…) si cela sempre qualcosa di stupendo e imperfetto e, dunque, umano. È come una sorta di Dna, che rende ciascuno di noi unico e irripetibile.
Il secondo motivo per cui le cose scritte da uomini non scompariranno è perché… – banalità delle banalità – sono scritte da uomini! Intendo dire che, quando leggete un libro o un articolo (che vi piacciono), la prima curiosità poi qual è? Quasi sempre la stessa: scoprire se quel libro ha un seguito, se chi lo ha scritto ne ha scritti altri e soprattutto chi è l’autore, come fare magari per incontrarlo, ringraziarlo o seguirlo di più. Ecco, questo piccolo grande «piacere della scoperta» non potrà mai e poi mai essere saziato da un robot. E non perché, ripeto, l’AI non sappia comporre grandi opere, ma perché non potrà mai raccontare quella storia nella storia che si nasconde nella vita e nella fantasia di un autore, che potrà – lui solo – farvi volare lontano. Per il semplice fatto che sa che cosa si prova. (Foto: Pexels.com)
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