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Il dibattito sulla morte assistita, per lo meno per come sta avendo luogo in Italia, è un gigantesco tranello, un’illusione ottica. Sta difatti passando l’idea – non già opinabile, ma proprio ampiamente sconfessata dalla logica oltre che dall’esperienza internazionale – tale per cui cui introdurre il cosiddetto “diritto di morire” sia un fatto privato, che interessa soltanto il paziente terminale che intende, stanco di soffrire, concretizzare questa ultima volontà.

Ecco, questa tesi – del “diritto di morire” come fatto privato – è falsa tre volte. Anzitutto, è falsa sotto un profilo banalmente pratico, nel senso che la morte assistita richiede sempre la collaborazione attiva (ben più, cioè, di un semplice assenso) di un soggetto terzo: che sia chi dà la morte o chi fornisce la pillola per il suicidio assistito, che sia un operatore del Servizio sanitario nazionale oppure un volontario che offre il suo macabro servizio.

In secondo luogo, che la morte assistita sia un fatto privato è smentito dalla rivoluzione copernicana – un totale cambio di paradigma – che essa, una volta consentita, introduce nella società. Infatti, nel momento in cui ad alcune persone sofferenti viene concesso di morire, significa che la malattia grave o la sofferenza cessano di essere condizioni per divenire (dato che sarebbero evitabili con la morte) scelte.

Conseguentemente, nel nuovo quadro antropologico che viene a configurarsi, chi intende vivere fino alla fine verrà inevitabilmente guardato – sempre che non sia lui, per primo, a guardarsi in questo modo – come un ostinato, qualcuno che anziché decidere di “liberarsi” da una vita difficile, decide di restarvi “incatenato”; quasi un masochista; qualcuno cioè che potrebbe togliere e togliersi il disturbo ma non lo fa.

Questo è talmente vero – terzo motivo per cui il “diritto di morire” non è fatto privato – che, in ogni Paese in cui si riconosce e disciplina la morte assistita, essa puntualmente dilaga. Dilaga perché aumentano le richieste di morte (paradossale in tempi di progressi medici continui, inevitabile in tempi di parimenti continui regressi antropologici), perché vengono presto ad allentarsi i vincoli per accedere all’eutanasia e perché perfino i suicidi nella popolazione generale aumentano.

Il motivo di questo dilagare è ben riassumibile nella battuta di un celebre film (Le ali della libertà), che recita: «O fai tutto per vivere o fai tutto per morire». Ebbene, purtroppo – benché il concetto possa suonare ruvido e tagliato con l’accetta – è esattamente così. Se, come comunità, si cessa di «fare di tutto per vivere» (senza con ciò, beninteso, sposare alcun accanimento terapeutico), inevitabilmente si inizia a «fare di tutto per morire».

Una nota frase latina recita natura abhorret a vacuo, la natura rifiuta il vuoto. Ebbene, per la società è lo stesso: il vivere assieme, l’essere comunità, non prevede il neutro. Per cui, davvero, «o fai tutto per vivere o fai tutto per morire». E sorge il sospetto che l’Occidente laico e secolarizzato che da decenni soffre la denatalità, che ultimamente sta praticando un’allegra corsa al riarmo e che, in alcuni suoi Paesi, dibatte la morte assistita, ecco, non stia esattamente facendo di tutto per vivere. Semmai, l’esatto opposto.

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