Possiamo anche credere alla Corte di Appello, quando dice che non ci sono prove sufficienti per accertare responsabilità sulla morte di Stefano Cucchi: però non possiamo accettarlo. Non possiamo accettare che, dopo che in primo grado si sono assolti i poliziotti e condannati i medici che avrebbero dovuto salvarlo, adesso venga fuori che quel ragazzo, in fondo, si sia praticamente suicidato; ad impedircelo sono la logica e la copiosa documentazione sulle botte e sulle fratture, che assai difficilmente la vittima si è procurata da sé. Vedremo ora che farà la Cassazione, se ci saranno colpi di scena oppure se i contorni allucinanti di questa storia saranno confermati; in quel caso a Stefano – che era persona, inutile nasconderselo, con qualche difficoltà e fin troppo facile da escludere dalla meglio gioventù del Paese – toccherebbe la condizione di vittima definitiva e a noi un boccone non digeribile.
Possiamo infatti credere alle difficoltà e alle contraddizioni della giustizia, ma non alla sua resa. Non è la prima volta che succede, ogni tanto nelle aule di tribunale qualcosa purtroppo s’inceppa ed effettivamente possono venire meno elementi senza i quali una condanna avrebbe forse un fondamento demoscopico ma non giuridico. La possibilità di simili scenari però non ci solleva, anzi; si agita in noi un’amarezza che non ne vuole sapere di acquietarsi e la voglia di giustizia non si accontenta dell’impossibilità di realizzarla. Ed è giusto così. Perché in questa come in altre storie è evidente che, in realtà, almeno qualcuno sa perfettamente com’è andata; qualcuno se non più di qualcuno. E fino a che quel qualcuno non si deciderà a vuotare il sacco o non sarà incastrato, eventualità che la magistratura ha quasi eliminato, rimarremo tutti protagonisti di questo osceno paradosso. E se ci faremo l’abitudine, in un certo senso, diventeremo tutti colpevoli.

Bisogna dire che Cucchi decise di abbandonare le cure, io li condannerei quei medici, ma gli oltranzisti del consenso informato per i trattamenti?
…cosa vuoi dire? Se Cucchi decise di abbandonare le cure, è da valutare in quali condizioni e perché lo abbia fatto (ammesso che sia così). Quanto “agli oltranzisti del consenso informato per i trattamenti”, ti chiedo di specificare il tuo pensiero. Altrimenti potrei rischiare di fraintendere e pensare che secondo un paziente (non Cucchi, parlo in generale) dovrebbe vedersi rifilare qualsiasi genere di farmaco senza che gli sia detto nulla (magari con effetti collaterali disastrosi)?
Oppure dovrebbe tranquillamente accettare di essere sottoposto a qualsiavoglia tipo di esame INVASIVO (e che implica sofferenza) a finalità diagnostiche o diagnostico/terapeutiche secondo la discrezione del medico, magari con mezzo di contrasto (a cui potrebbe anche essere allergico)?
E tutto questo senza alcuna informazione, senza cioè essere messo nella possibilità di avere quanto gli serve per esercitare il proprio libero arbitrio. Ripeto: libero arbitrio, quindi presuppone che il paziente sia in possesso delle facoltà di intendere e di volere in quel momento.
Ma forse fraintendo io, forse tu non sei per stra-potere dei medici di fare quello che ritengono (se il paziente ha fortuna trova il medico coscienzioso altrimenti peggio pr lui).
Io in un ospedale ci lavoro. E ci tengo molto che il paziente legga le informazioni circa, che ne so, una TAC con mezzo di contrasto o un intervento chirurgico. Perché dopo avere letto il rapporto rischio/beneficio potrebbe anche dirmi: – Signorina, io questo intervento dica al medico che non lo voglio fare perché a queste condizioni preferisco sentire un altro specialista -.
Sono davvero rari i casi che giustificano un TSO (trattamento sanitario obbligatorio). I Cittadini si sono battuti per il diritto all’informazione, a sapere la verità, a scegliere altre vie di cura, mentre prima quello che diceva il medico era “vangelo” (anche perché il medico era tra le persone considerate più colte in generale, mentre ora non è più così specie visto il confronto con i giovani e i sempre più numerosi laureati anche in altre materie scientifiche che non sono medicina).