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Se i mass media hanno giocato – e tutt’ora giocano – un ruolo decisivo a supporto dell’agenda progressista su molteplici versanti, il loro contributo in favore dell’aborto rappresenta un impegno antico e costante, a metà tra missione e ossessione, lungo quasi un secolo. Quello che si può ritenere, nella storia, uno fra i primi casi di promozione abortista risale infatti a quasi ottantacinque anni fa, e fu ad opera di una testata famigerata, guarda caso quella che in assoluto fa più rima con propaganda: la Pravda.

Correva l’anno 1935, era il 7 giugno per l’esattezza, quando l’organo ufficiale del Partito comunista dell’Unione Sovietica raccoglieva o immaginava di raccogliere dalle labbra di un ragazzo questa testimonianza: «Compagni, sono nato per isbaglio. Mia madre non ha saputo farsi abortire in tempo. Se sono al mondo, lo debbo dunque alla stupidaggine dei miei genitori. So in anticipo con precisione quel che succederà: non avrò né fratelli, né sorelle. Mia madre, figli non ne desidera: non crede alla durata del matrimonio. Quanto a mio padre, quel bel tipo, ritiene che avere figli sia prova di spirito piccolo-borghese. Fra sei mesi, da persona che sa sbrigarsela, andrà all’ufficio di registrazione e si sbarazzerà di mia madre. Ama le donne giovani e si risposa volentieri. Dopo, ci vorranno le tenaglie per cavargli fuori gli alimenti a cui ho diritto».

Per la verità, in Russia la legalizzazione dell’aborto risaliva al 1920, anno dopo il quale il fenomeno iniziò a spopolare se si pensa che, nel giro di poco, si passò dai 3.3 aborti volontari ogni 1.000 nati del 1924, ai 58.8 aborti ogni 1.000 nati del 1934. Nel ’35 dunque non sussisteva più alcuna necessità di promuovere la pratica abortiva. Ciò nonostante la Pravda non si risparmiava, come si è visto, la pubblicazione di testimonianze antinataliste, che suonavano come macabre stigmatizzazioni della gravidanza. Una scelta forse finalizzata a celare gli effetti che l’aborto stava producendo nel Paese, davvero disastrosi. Tanto che nel 1936 fu il legislatore sovietico stesso, allarmato dallo scenario venutosi a creare, a tornare sui propri passi con un sorta di controriforma familiare, volta a porre un freno all’instabilità coniugale e, appunto, agli aborti.

Quel che è certo è che il rapporto tra mass media e abortismo, albeggiato in Russia, era solo il principio di un’alleanza tra comunicazione e ideologia che sarebbe durata a lungo. Anzi, che non si sarebbe più interrotta, ripetendosi altrove. Negli Stati Uniti degli anni Sessanta e Settanta, per esempio, furono i promotori dell’aborto volontario – a quel tempo ancora illegale – a comprendere l’importanza che avrebbe comportato stabilire contatti col mondo del giornalismo.

Ad ammetterlo apertamente fu il dottor Bernard Nathanson, un medico che prima di divenire militante pro life operò, per anni, come esponente di punta dell’abortismo americano. Fu infatti il direttore del Centro per la salute sessuale e riproduttiva di New York ove, tra il febbraio 1972 e il settembre 1973, furono effettuati 60.000 aborti. Lo stesso Nathanson, che in gioventù arrivò a praticare un aborto su una donna che aveva messo incinta, effettuò privatamente circa altri 15.000 altri aborti, dichiarandosi quindi «responsabile in tutto di circa 75.000 aborti». Un vero e proprio simbolo dell’abortismo a stelle e strisce, dunque.

Ebbene, una volta mutata radicalmente idea sulla soppressione prenatale, il medico rivelò che lui e i promotori dell’aborto legale si avvalsero, per la loro battaglia, di numerose strategie. La prima e più importante fu proprio l’utilizzo dei media: «Cominciammo convincendo i mass media che quella per la liberalizzazione dell’aborto era una battaglia liberale, progressista ed intellettualmente raffinata». Una scelta, dal loro punto di vista, estremamente intelligente ed efficace dato il ruolo decisivo che i mass media avrebbero poi svolto per l’agenda bioetica progressista.

Un ruolo la cui rilevanza, sempre nei primi anni ’70, fu constatata da alcuni ricercatori americani i quali, esaminando gli esiti di campagne pubblicitarie multimediali costate 330.000 dollari e condotte in diverse città, dimostrarono come i messaggi televisivi, con effetti proporzionali alla quantità di denaro investita, potessero aumentare negli spettatori la consapevolezza della contraccezione, che insieme all’aborto rappresenta un’imprescindibile priorità politica di stampo liberal.  

Nathanson però, a quella degli spot, preferì un’altra strategia mediatica: quella della menzogna sistematica sugli aborti clandestini e sulle sue vittime. «Il numero delle donne morte per le conseguenze di aborti illegali», confessò, «si aggirava su 200-250 ogni anno. La cifra che costantemente indicammo ai media era 10.000. Questi falsi numeri penetrarono nelle coscienze degli americani, convincendo molti che era necessario eliminare la legge che proibiva l’aborto».

Pesantemente segnata dalla falsità fu pure la vicenda di Norma Leah McCorvey, l’attore principale dello storico processo americano che, nel 1973, indusse la Corte suprema degli Stati Uniti d’America a stabilire l’incostituzionalità della legge del Texas, che vietava l’aborto. A dichiararlo, lei stessa: «L’intera industria dell’aborto è basata su una menzogna. Sono stata persuasa a mentire da legali femministe, a dire che ero stata stuprata e che avevo bisogno di un aborto, ma era tutta una bugia».

Attenzione che «industria dell’aborto» non è un’esagerazione, se si considera che quella abortista è la principale lobby americana, ben più di quella delle armi. Lo dicono i numeri: agli attuali membri del congresso la National Rifle Association ha devoluto donazioni pari a 3,5 milioni di dollari mentre, solo durante le elezioni del 2016, l’abortista Planned Parenthood ne ha erogati 38: oltre dieci volte tanti, con la quasi totalità della somma indirizzata ai democratici. Eppure, curiosamente, la lobby delle armi passa agli occhi di molti come più influente. Forse perché la lobby abortista, grazie ai media amici, opera per lo più nell’ombra? Chissà.

Tornando alla cronistoria della promozione dell’aborto legale, c’è da dire che se in America essa, come abbiamo visto, fu strettamente intrecciata con la menzogna, in Italia le cose non andarono in modo diverso, anzi. Pure da noi, infatti, i mass media, con riferimento alle donne morte per aborto clandestino, veicolarono cifre esponenzialmente falsificate, rendendosi megafono di interessi politici di parte. Basti ricordare come le prime proposte di legge socialiste per depenalizzare il fenomeno abortivo, nel 1971, parlassero di 25.000 donne vittime ogni anno di pratiche clandestine.

Ebbene quella stima fu subito presa per buona e rilanciata dal Corriere della Sera e da rotocalchi come Panorama e Novella 2000. Peccato fosse falsa. Dall’Annuario Statistico del 1974 risultava infatti che le donne in età feconda decedute nel 1972, cioè prima della legge 194, furono in tutto 15.116. Anche ipotizzando che fossero morte tutte dopo un aborto clandestino, non sarebbero neppure lontanamente state 25.000. In verità, i dati dicono che furono 409 le donne morte per gravidanza o parto, ergo certamente molte meno (qualche decina) quelle per aborto clandestino.

Oggi, grazie a numerosi riscontri fra cui una ricerca pubblicata nel 2012 sulla rivista PLoS ONE, sappiamo anche come il divieto di aborto non risulti correlato alla mortalità materna e men che meno ad un suo peggioramento; ma allora, pur di creare un clima allarmistico che favorisse la legalizzazione di questa pratica, si diedero letteralmente i numeri.Non solo sui decessi per aborto clandestino, ma anche con riferimento alla stima stessa del numero di quegli aborti. Il Corriere della Sera del 10 Settembre 1976, per esempio, li considerava essere da 1,5 a 3 milioni; in un numero dell’Espresso del 9 Aprile 1967, si parlava addirittura di 4 milioni. Era una sorta di competizione editoriale a chi la sparava più grossa.

Ma come stavano veramente le cose? Secondo il professor Bernardo Colombo, demografo dell’Università di Padova, coautore di una ricerca elaborata con gli statistici Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi, in Italia gli aborti clandestini erano – al massimo – 100.000; significa che le stime degli aborti clandestini che campeggiavano sulle prime pagine dei giornali dell’epoca erano aumentate, rispetto alle più plausibili, anche del 3900%. Un’esagerazione propagandistica già sperimentata in Inghilterra, dove il politico David Steel stimava che, prima della legalizzazione, avvenuta nel 1967, gli aborti clandestini fossero tra «40.000 e i 200.000 l’anno», mentre erano meno di 15.000.

Ad ogni modo, una volta legalizzato, l’aborto è stato difeso e promosso dai mass media anche in occasione del referendum parzialmente abrogativo del 1981. La principale strategia utilizzata in quella occasione, come ricorda il giornalista Aldo Maria Valli nel suo libro La verità di carta, fu quella di dirottare il dibattito altrove: «Grazie all’instancabile opera di stravolgimento dovuta a solerti schiere di intellettuali, giornalisti e politici, lo scontrò si spostò subito sull’incerto terreno dei massimi sistemi: la libertà, la democrazia, il progresso, la civiltà. Col risultato che, alla fin fine, dell’unico uomo davvero in questione, ovvero la persona concepita, si ricordarono in pochissimi».

La prova della faziosità dei media, in particolare dei giornali, fu evidente il giorno successivo alla consultazione referendaria, quando fioccarono prime pagine dai toni a di poco trionfalistici della serie: «L’Italia rimane un paese moderno», «L’Italia ha detto no alle pretese radicali», «L’Italia resta in Europa», «Ha vinto il buon senso», «Ha vinto il progresso», «Ha vinto il progresso», «Una vittoria della ragione». E da quel momento in poi, la parola d’ordine sull’aborto legale fu, a livello mediatico, una soltanto: silenzio. Totale. Con gogna garantita, per chi osasse infrangerlo.

Se ne accorse a sue spese Enzo Biagi il quale l’8 marzo 1985, nel suo programma su Rai 1, Linea diretta, trasmise in versione integrale Il grido silenzioso, documentario sull’aborto realizzato, dopo la conversione alla causa pro life, dal già citato Nathanson. Fu il finimondo. Contro il giornalista che tanto aveva osato, per giunta in una giornata cara al femminismo, si scagliarono infatti in parecchi, anche in politica; furono soprattutto i socialisti a chiederne testa. Aver osato toccare un tema così scomodo nel corso di una trasmissione allora seguita da un telespettatore su tre, in effetti, sotto un certo punto di vista era una provocazione bella e buona. Come andò a finire? Non risulta che Biagi abbia subito richiami dalla Rai ma Linea diretta, l’anno dopo, non era più nei palinsesti. Tu chiamale, se vuoi, coincidenze.

L’alleanza tra mass media e abortismo neppure oggi si è estinta. Lo prova il fatto che, nei Paesi nei quali l’aborto non è ancora liberalizzato e dove il consenso popolare in tal senso tarda a divenire maggioritario. Come in Perù, dove è redazioni dei giornali che le posizioni abortiste trovano più spazio; significativo, al riguardo, uno studio ha messo in luce come, tra il 1994 e il 2014, i pro choice abbiano guadagnato enorme visibilità sulla stampa locale. Anche in Irlanda, dove l’aborto è diventato legale col referendum del maggio 2018, i media hanno giocato un ruolo importante. Nel mese di febbraio, per dire, si parlava di un sondaggio dell’Irish Medical Times secondo cui il 75% dei medici era pro aborto entro le 12 settimane. Poi però si è scoperto che quel sondaggio non esisteva: si trattava solo di domande poste sui social network cui poteva rispondere chiunque avesse un account.

Nei Paesi invece dove l’aborto è incardinato nell’ordinamento giuridico, i media, a mo’ di guardiani della cultura dominante, fanno tutto il possibile per non parlarne. E quando sono costretti a farlo tagliano corto, cavandosela col minimo sindacale. Un esempio da manuale è stata March for Life 2018, la più grande manifestazione antiabortista degli Stati Uniti alla quale, per la prima volta nei 45 anni della sua storia il Presidente, Donald Trump, ha inviato un messaggio. L’importanza dell’evento, curiosamente, non ha interessato ABC, CBS e NBC, le principali emittenti Usa, le quali, il giorno che in cui si è svolto, gli hanno riservato – tutte e tre sommate – 2 minuti e 6 secondi di copertura.

Alla marcia femminista del giorno dopo, casualmente, la visibilità assicurata è stata ben diversa: 6 minuti e 43 secondi. Tre volte tanto. E meno male, viene da dire, che alla marcia pro life 2018 era intervenuto l’inquilino della Casa Bianca, perché durante i cinque anni precedenti la copertura delle tre emittenti è stata, nel complesso, di appena 21 minuti e 52 secondi. Il 2013, poi, era stato l’anno peggiore per i manifestanti, ai quali i grandi media avevano riservato meno di 20 secondi. Pochi istanti, in pratica. Il necessario per mostrare che i pro life esistono e per far capire che vanno ignorati. Due piccioni con una fava, insomma. A suo modo, l’ennesimo capolavoro di propaganda.

E oggi, come continua l’impegno mediatico in favore dell’aborto? Semplice: tentando di normalizzarlo, di presentarlo come una robetta da nulla. Lo prova l’osservatorio su film e serie tv avviato dalla sociologa Gretchen Sisson, da cui emergono molti dati interessanti. Per esempio il fatto che, su 435 volte in cui l’aborto è stato trattato sui media, nella maggioranza dei casi è stato presentato come un fatto senza conseguenze. E tale tendenza è in aumento. Basti pensare che, nel 2020, su 27 volte che l’aborto è finito su film e serie tv, ben 23 volte (l’85%) è stato presentato in modo neutro. Zero conseguenze. Come fosse una carie e non la drammatica perdita di un figlio. La propaganda, insomma, continua.

Giuliano Guzzo

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