Da quando, con una circolare del 28 dicembre scorso, l’assessore provinciale alle politiche sociali, Stefania Segnana, ha osato sospendere le lezioni sull’«educazione alla relazione di genere» – tenute in 24 istituti locali negli anni scolastici precedenti, con un finanziamento di circa 60.000 euro annui (non un’enormità, ma neppure noccioline) -, sui media trentini non si parla quasi d’altro, con la giunta alluvionata di critiche che spaziano dall’accusa di non aver compreso che quei corsi col fantomatico gender non c’entrano nulla al rimprovero per una decisione avventata, dato che quelle iniziative, ha spiegato l’ex assessore piddina Sara Ferrari, «piacevano a tutti». Confesso che stamane, quando ho letto di questo gradimento a furor di popolo delle lezioni sospese, sono sobbalzato.

Se infatti i corsi sull’educazione di genere «piacevano a tutti», come mai – mi sono chiesto – son stato chiamato più volte, nei mesi scorsi, da genitori trentini impazienti di confidare a me e ad alcuni amici pro family le loro preoccupazioni? E se davvero circolava quest’entusiasmo unanime, com’è che quando Ferrari stessa era assessore non solo teneva appositi incontri per tranquillizzare le famiglie trentine sul pericolo gender ma, talvolta, falliva. Come accaduto a Cavalese nell’ottobre 2015 in occasione di una serata al termine della quale, cito testualmente dalla cronaca, «non sono mancate le contestazioni da parte di alcuni genitori che non si sono accontentati delle rassicurazioni dell’assessora e degli altri relatori sul fatto che nessuna cosiddetta teoria gender verrà portata nelle aule» (Il Trentino, 8.10.2015).

Ancora, se i corsi sospesi «piacevano a tutti», per quale strana ragione quando, per esempio con l’Interrogazione n. 3085/2016, all’allora assessore Ferrari si chiedevano chiarimenti sugli «ottimi risultati» degli «incontri con le famiglie per rispondere a domande e perplessità su alcuni contenuti dei percorsi», ella rispondeva vagamente che detti incontri erano «stati di stimolo per un importante confronto con le famiglie e la cittadinanza» (Prot. n. A038/2017/182063/2.5), senza dare conto delle contestazioni ricevute per esempio a Cavalese? Il sospetto è che proprio a tutti non piacessero, quelle adorabili lezioni. Anzi, c’è la certezza che non riscuotessero neppure l’entusiasmo dei ragazzi, oltre a quello dei genitori. A dirlo, qui, un documento ufficiale.

Alludiamo al resoconto delle lezioni svolte nell’anno 2016/2017 nel quale, a pagina 35, si apprende come che i primi a bocciare i corsi fossero in realtà stati gli stessi alunni, specie i ragazzi: «Nelle classi a predominanza maschile si percepisce una certa resistenza da parte degli studenti ad affrontare tematiche di genere». Neopatriarcato già ben sedimentato, verrebbe da ironizzare. Battute a parte, è palese come le lezioni sospese – genderiste o non genderiste che fossero, possiamo discuterne fino alla noia –  non «piacevano a tutti». E basta già questo per giustificarne la sospensione. Se poi davvero quei percorsi, esaminati da vicino, risulteranno privi di contaminazioni ideologiche che demonizzano la cultura tradizionale, strizzano l’occhio all’agenda Lgbt e considerano l’identità maschile e femminile quali stereotipi di genere, che riprendano pure. Intanto e per un po’, benedetto stop.

Giuliano Guzzo

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