Non ho frequentato abbastanza gli stadi per sapere che il «buu» è razzista se rivolto ad un giocatore di colore, l’ho appreso oggi. In compenso, conosco abbastanza i giornali per sapere che le offese a Kalidou Koulibaly fanno – e faranno – molta più notizia delle milioni di altre che, sistematicamente, volano in stadi non così diversi, in fondo, da quelli ai tempi dell’antica Roma, quando gli spettatori urlavano di tutto ai combattenti che tentennavano. Sia chiaro, non sto cercando di giustificare gli insulti al giocatore del Napoli. Vorrei solo capire perché l’onomatopeico «buu» è più grave di un «figlio di puttana», di una bestemmia o di una minaccia di morte, tutte espressioni di cortesia che – mi assicurano amici più esperti – durante le partite vanno via come il pane, senza indignazione alcuna. Chiedo perché l’impressione è che la mancanza di rispetto a Koulibaly, condannabile e giustamente condannata, sia stata strumentalizzata alla grande. Come se di solito gli spalti fossero frequentati da educande. Come se le tifoserie pullulassero di amanti del galateo. Come se tutto questo, più che una condanna del razzismo, non fosse che una manifestazione di ipocrisia. Buu.

Giuliano Guzzo

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