Nel frasario da tempo in voga, c’è un’espressione con cui una certa parte del mondo femminile, quella più ambiziosa e arrembante, riesce senza sforzo a ribaltare ogni critica in accusa: «Mi attaccano perché donna». Da Maria Elena Boschi fino a Serena Williams, da Rula Jebreal ad Elsa Fornero, c’è infatti tutta una casta di sacerdotesse del politicamente corretto che su questo vittimismo ha costruito una formidabile immunità mediatica: non chi le tocca, figuriamoci, ma chi solo le sfiora muore. Ora, ci saranno senz’altro casi in cui le critiche alla singola donna sono frutto di pregiudizi, non c’è dubbio. Ma come si può generalizzare così? E poi, scusate, noi maschi che dovremmo dire?

Se oggi non siamo galanti, passiamo per villani; se lo siamo troppo, per puttanieri; se affermiamo la differenza biologica tra uomo e donna, siamo sessisti; se esaltiamo la bellezza della maternità, patriarcali; se dissentiamo dell’aborto, veniamo invitati a farci i fatti nostri; se progettiamo iPhone giudicati troppo grandi, siamo quelli che mancano di rispetto al corpo femminile e alle sue dimensioni; se diamo dell’incompetente a una donna incompetente è perché ce l’abbiamo con lei, appunto, «perché donna». In pratica, non ci resta che sottometterci al presunto sesso debole. Ah, no: neppure quello possiamo fare. Perché in quel caso ci viene chiesto «di essere uomini». In pratica, ci rimane una sola libertà. Quella d’impazzire.

Giuliano Guzzo

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