«L’idea è che gli elettori vengano chiamati a mostrare il loro impegno per la politica e le elezioni. Se dimostrano di essere informati, allora il loro voto vale appieno. Se invece dimostrano di non esserlo, varrà leggermente meno». No, non è il caldo e neppure l’alcool, ma l’idea della stimata economista Dambisa Moyo, secondo cui, per il bene della democrazia, l’elettorato dovrebbe diventare come il latte, parzialmente scremato. Come? Grazie ad un «test periodico», se non superi bene il quale conterai suppergiù come Razzi all’Accademia dei Lincei. Per quanto estrema, l’idea della Moyo, nata in Zambia dove il culto ufficiale è il Cristianesimo, ma cresciuta tra Banca mondiale e Goldman Sachs dove il culto ufficiale è il Mondialismo, più che arrabbiare fa però sorridere.

Infatti, che il verdetto popolare possa essere pericoloso si sa da quando Barabba fu preferito a Gesù, ma i liberal se ne sono accorti solo quando Trump è stato preferito alla Clinton. E siccome ciò è avvenuto dopo un vano indottrinamento mediatico, in casa progressista si è fatta largo l’idea che ormai, più che dei candidati avversari, convenga sbarazzarsi degli elettori avversari: almeno si va tranquilli. Di qui l’idea del test, il cui punteggio massimo – scommettiamo? – andrà al figlio di papà con madre asiatica, fidanzata europea, laurea americana e master australiano, e il minimo al giovane che di straniera, al massimo, ha l’automobile. Chi ama la democrazia stracci dunque la laurea o il diploma di maturità e farnetichi: quanti più saremo positivi all’elitometro, quanto prima sarà sepolto da pernacchie.

Giuliano Guzzo

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