Il quarantennale della legge italiana sull’aborto, com’era prevedibile, è oggi da più parti celebrato come un traguardo positivo, una ricorrenza di civiltà, quasi una festa nazionale. Sarà. Ma cosa c’è esattamente da festeggiare? Spero sia ancora lecito chiederselo. La sconfitta dell’aborto clandestino, come sostengono in tanti? Può anche essere, ma allora si dovrebbe spiegare come mai a pagina 15 dell’ultima relazione sulla 194, considerando le donne italiane e quelle straniere, si stimino dai 15.000 ai 20.000 aborti clandestini all’anno, quindi più di 40 al giorno. No, la sconfitta della piaga della clandestinità non dev’essere motivo di giubilo per il semplice fatto che non c’è stata.

Aspettate un momento, allora forse, oggi, si celebra un diritto di libertà della donna? Difficile: un terzo delle donne che in Italia ha fatto ricorso all’aborto – evidenziava una ricerca sociologica di qualche anno fa -, senza la 194 avrebbe desistito da tale intento (Cavanna – Gius, Maternità negata, Giuffrè), quindi la legge non ha solo permesso ma pure – alla faccia della libertà – incentivato l’aborto. Allora oggi si festeggia l’autodeterminazione? Difficile anche questo: l’80% delle gestanti in difficoltà porterebbe a termine la gravidanza se ricevesse sostegni adeguati (Post Abortion Review, Elliot Institute), quindi molto spesso l’aborto non è affatto «autodeterminato». Tutt’altro.

Si potrebbe però sempre pensare che, grazie alla 194, si possa oggi festeggiare almeno una migliorata tutela della salute materna. Strano però, dato che l’aborto è una pratica che innalza, proprio per la donna, i rischi di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand 2011), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand 2009), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosc 2013), tumori al seno (Indian J of Cancer 2013), mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013), suicidi (Scand J Public Health 2015). No, neppure la salute materna è un buon motivo per rallegrarsi dei 40 anni dell’aborto legale.

Ma allora, scusate, oggi che si festeggia di preciso? Forse i milioni di bambini mai nati, eliminati come rifiuti speciali ospedalieri? Forse il nostro inverno demografico? Forse le donne che – anche dopo anni – sperimentano sulla loro pelle la sindrome post aborto di cui nessuno aveva loro accennato? Forse il fatto che il ventre materno, grazie ad una legge «di civiltà», per molti figli oggi è, paradossalmente, il posto meno sicuro, quello col più elevato rischio di mortalità? O forse il fatto che ormai sia impossibile dirsi antiabortisti (come lo furono i non cattolici Bobbio, Pasolini e Gandhi), senza esser tacciati di bigottismo? Ma se è così, è chiaro – a questo punto – che da festeggiare, oggi, non c’è proprio nulla.

Giuliano Guzzo

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