La guerra, nel 2018, è anzitutto guerra d’informazione: la spunta chi riesce a «vendere» prima e meglio la propria versione, anche se magari, sul campo, è militarmente inferiore o addirittura sconfitto. E’ il caso, in Siria, dei «ribelli moderati» i quali, complici i White Helmets – formalmente la difesa civile siriana, di fatto un’ambigua organizzazione ideata da James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito inglese – e altre fonti amiche, sono riusciti a «vendere» come certa, al mondo dei mass media e delle istituzioni occidentali, la responsabilità di Assad nell’ennesimo attacco chimico, quello del 7 aprile a Douma, periferia di Damasco.

Un orrore in risposta al quale Usa, Gran Bretagna e Francia, giorni fa, hanno colpito la Siria con oltre 100 missili. Ma è proprio così certa la responsabilità del regime siriano su quell’attacco? Macron ha detto di avere le prove – ma non le ha ancora mostrate -, mentre il capo del Pentagono, James Mattis, ha riconosciuto che tutto ciò che gli Stati Uniti hanno finora riscontrato sono solo «indicazioni sui social media». Morale: fino a prova contraria, qualcosa che inchiodi Assad all’uso di cloro e sarin nell’attacco del 7 aprile, ad oggi, non si è visto. C’è da augurarsi si trovi – e alla svelta – altrimenti, per le cancellerie occidentali, sarà una clamorosa figuraccia.

Ciò che, nel frattempo, si è invece visto è cosa hanno lasciato a Douma i «ribelli moderati», una volta sconfitti e costretti a liberare l’area che per anni hanno controllato: una galleria degli orrori. A raccontarlo, su Gliocchidellaguerra.it, è il giornalista Matteo Carnieletto, che evidenzia particolari agghiaccianti. Come il fatto che, nelle loro aree, i «ribelli moderati» controllassero 4.000 prigionieri, ma solo 200 sono finora potuti tornare a casa. «Che fine hanno fatto gli altri 3800 prigionieri? Nessuno lo sa», osserva Carnieletto. Ad oggi pare sia stata trovata solo una fossa comune contenente 30 corpi. Oltre a questo, ci sono altri “dettagli” terrificanti trovati a Duoma.

Come le gabbie e le croci su cui i prigionieri venivano legati e torturati. Le immagini sembrano tratte da un horror, ma purtroppo sono reali. E alimentano interrogativi: dov’erano Usa, Gran Bretagna e Francia, quando i «ribelli moderati» imprigionavano – pardon, ingabbiavano –, torturavano e quindi uccidevano? Com’è stato possibile permettere, per anni, una simile mattanza? Perché l’Occidente – così celere a lanciare missili in assenza di prove – non ha dato una mano all’esercito siriano per fermare tutto questo? Vale la pena chiederselo. Perché la guerra – lo dicevamo all’inizio – oggi è anzitutto guerra d’informazione. Vince chi mente meglio.

Giuliano Guzzo

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