La vicenda giudiziaria relativa alla morte per suicidio assistito di dj Fabo, che riguarda il processo al radicale Marco Cappato, rinviato a giudizio dopo che aveva accompagnato l’uomo a morire in una clinica svizzera, si arricchisce di un nuovo passaggio: la decisione del governo di costituirsi davanti alla Consulta, chiamata a valutare la legittimità costituzionale del reato di «aiuto al suicidio», articolo 580 del Codice penale, quello – appunto – contestato a Cappato. Detto in soldoni, il governo italiano intende difendere la costituzionalità di una legge dello Stato italiano.

Un passaggio normale, quasi obbligato verrebbe da dire (un esecutivo, se può, propone una modifica delle leggi statali, ma non tifa affinché siano dichiarate incostituzionali), che però la grancassa mediatica – di fatto megafono delle istanze radicali – sta cercando di presentare come una vergogna, un’offesa alla memoria di dj Fabo, come una decisione politica «contro la libertà di difendersi dal dolore» (Roberto Saviano). Ora, a prescindere da ciò che stabilirà la Consulta, l’indignazione suscitata dalla scelta del dimissionario governo Gentiloni credo dimostri come la battaglia bioetica, di fatto, non si giochi sul piano giudiziario.

Non solo. Il piano reale del dibattito, a ben vedere, non è neppure quello politico o filosofico, bensì quello del linguaggio. Un piano sul quale la battaglia, per i difensori del diritto alla vita, rischia di essere già persa nella misura in cui non si precisano alcune cose. Anzitutto il processo in questione, che tanto sta facendo indignare, non è pro o contro il defunto Fabo, bensì a carico di chi ha portato un cittadino italiano non malato terminale a trovare la morte: il che è ben diverso. In secondo luogo, nessuno – né il Governo italiano né la Consulta – può minacciare «la libertà di difendersi dal dolore».

Per un motivo molto semplice: «la libertà di difendersi dal dolore» è prevista da una norma – la Legge 38 del 2010 sulle cure palliative e la terapia del dolore – che nessuno si sogna di mettere in discussione o di dichiarare incostituzionale. Terza precisazione, il suicidio assistito disponibile in Svizzera – pratica che lo Stato italiano vieta anche sulla base contestato articolo 580 del Codice penale – non ha nulla a che vedere  con «la libertà di difendersi dal dolore», tanto è vero che, al di là del caso di dj Fabo (il quale comunque non era, lo si ripete, malato terminale), è consentito anche a chi non soffre affatto.

Basti pensare al caso di Anne, un’insegnante britannica recatasi pure lei nella clinica Svizzera Dignitas – la stessa dove si è recato Marco Cappato – per ottenere il suicidio assistito. Il motivo? Non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food. Perciò ha chiesto di morire ed è stata accontentata: non è una bufala, ne parlava Repubblica il 7 aprile 2014. Una deriva? Certo che lo è. Per questo è fondamentale che l’«aiuto al suicidio», che non c’entra nulla con la «la libertà di difendersi dal dolore», rimanga un reato.

Ma perché ciò accada occorre, anzitutto, vincere la battaglia delle parole. Che è proprio quella che i radicali e simpatizzanti, non da oggi, portano avanti con successo. Tipo quando si ergono a difensori del “diritto di morire” (in realtà si tratta del “diritto di essere uccisi”) e della “dolce morte” (in realtà si tratta di eutanasia o, meglio ancora, di “omicidio del consenziente”), o quando affermano di essere contro l’accanimento terapeutico (sai che novità: lo condanna persino il Catechismo della Chiesa Cattolica: CCC, 2278). Tutto ciò senza che nessuno, o quasi, faccia  notare che è poco credibile chi si batte per diritti e libertà prendendosi quella di manipolare le parole.

Giuliano Guzzo

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