Le reazioni al gesto del leader della Lega, che sabato in piazza Duomo a Milano ha giurato su Costituzione e Vangelo rosario alla mano, sono state prevedibilmente molteplici e centrate sulla strumentalizzazione politica della fede e sull’inopportunità di una simile uscita. Ora, se Salvini abbia strumentalizzato o meno la religione cristiana, al momento, non lo sa nessuno: i fatti parleranno e diranno della sua sincerità. Tempo al tempo. Circa l’inopportunità, se ne può invece discutere. Chi scrive ha già manifestato, scrivendolo, il proprio disagio in occasione dei comizi tenuti all’interno di chiese da parte di Renzi, Mister-ho-giurato-sulla-costituzione-e-non-sul-vangelo, e della Bonino, l’abortista più famosa d’Italia. Di conseguenza, non ho difficoltà a dire che, fossi stato nel leader del Carroccio, anche dovendo affermare il medesimo pensiero, mi sarei espresso diversamente.

Allo stesso modo però, non per benaltrismo ma per banalissime ragioni di coerenza, trovo semplicemente ridicola l’indignazione di chi, nel mondo cattolico, sull’ex sindaco di Firenze e sulla leader di +Europa pontificanti dall’ambone ha avuto nulla da ridire, ed ora si straccia le vesti. Della serie: chi ha già dimostrato, non a parole più o meno condivisibili ma a colpi di leggi contrarie alla vita e alla famiglia, il proprio disprezzo per vita e famiglia così come promesse dalla Chiesa e inscritte nel diritto naturale è benvenuto in ogni dove; per tutti gli altri, invece, tolleranza zero. Un doppiopesismo imbarazzante. Così come imbarazzante è che si critichi l’uso politico della religione ora, quando non da anni bensì da decenni è esattamente ciò che fa certo clero, che non perde occasione per condire le omelie di riferimenti politici e sociologici più o meno strampalati che nulla hanno di evangelico.

Da che pulpito la predica, insomma. Anche perché, a differenza di questo o di quel leader politico (Renzi e Bonino inclusi, in questo caso), sui pastori grava una responsabilità immensamente superiore: quella delle cure delle anime. Di pace nel mondo, povertà, migranti, razzismo, mafia, populismo, evasione fiscale, ecologia e acqua pubblica – tutti temi di rilievo, ovvio – si occupano già, con successi altalenanti, politici, giornalisti, intellettuali, magistrati, attivisti e volontari. Invece di Gesù Cristo, che non di rado evapora pure dagli interventi di autorevoli ecclesiastici, si parla sempre meno. Della resurrezione dai morti, del peccato, del diavolo e della vita eterna, poi, non ne parliamo: i riferimenti sono sempre più rarefatti e annacquati, col Bacio Perugina al posto della dottrina. Questa è in un’ottica spirituale, che per i credenti tutto è fuorché astratta, la vera emergenza di oggi, ciò che deve allarmarci tutti, dal primo all’ultimo.

Se viceversa riserviamo le nostre energie alle sole uscite del politico di turno (facendo attenzione a non proferire non una parola, ma mezzo sospiro verso quelli della propria parte), siamo noi i primi a politicizzare e tradire la fede. Perché di certo numerose sono le concause del declino, almeno in Occidente, di un Cristianesimo sempre più relegato ai margini o ridotto a tradizione civile; tuttavia è innegabile come una significativa quota di responsabilità la abbiano, in questo processo, quei cristiani che, non contenti di aver rinunciato ad evangelizzare il mondo, hanno preso a secolarizzare la fede, promuovendo una concezione demoscopica dei dogmi e della morale, con tanto di «aggiornamenti» contrabbandati come più autentiche interpretazioni del Vangelo. Più che un ritorno alla fede dei primi cristiani, si rischia così di finire con la conta degli ultimi. Perché a breve la campagna elettorale finisce, ma quella spirituale pare esserlo da un pezzo.

Giuliano Guzzo

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