«Difendiamo la libertà di importunare». Al coraggio di Catherine Deneuve e delle altre 100 critiche del puritanesimo progressista andrebbe un monumento. Non se ne può infatti più di una cultura che per decenni ha irriso le regole morali, liquidandole come convenzioni asfittiche e bigotte, e ora frigna per la scomparsa di quella del rispetto. Non se ne può più neppure di chi non si accorge di come generalizzare, allorché si parla di violenza maschile, significhi non combattere bensì legittimare i violenti, che potrebbero così tentare di cavarsela dicendo di agire come tutti.

L’attrice francese tutto ciò, in realtà, non lo afferma esplicitamente né richiama la grande dimenticata del dibattito su femminicidio e stupri, che non è la prevenzione della violenza, paracadute bucato di un mondo che si sveglia quando i buoi sono già scappati, ma l’educazione ai valori perduti. Difendendo l’innocuità del «‘rimorchio’ insistente o maldestro» fa però già moltissimo. Può permetterselo, del resto. Infatti, a differenza delle femministe 2.0, di solito bruttine e inacidite, Catherine è già stata la «donna più bella del mondo» (Look, 1968) e può candidarsi, ora, ad essere la più schietta.

Giuliano Guzzo

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