Nel giorno della strage di Via D’Amelio, che 25 anni fa costò la vita a Paolo Borsellino e a cinque dei suoi sei uomini di scorta, tante sono le cose che si potrebbero ricordare – e di solito, giustamente, si ricordano -, dell’eroico giudice. Fra di esse, quasi mai c’è però la fede religiosa, che pure tanta centralità ebbe nella sua vita. Lo rammenta bene chi lo conobbe e parla di un uomo che, ogni domenica, si accostava al sacramento della Riconciliazione e poi alla Comunione. Si legga, in proposito, il bel libro di Alessandra Turrisi, Paolo Borsellino, L’uomo giusto (San Paolo, 2017), uscito da pochi giorni, dalle cui pagine è possibile apprendere tanti particolari interessanti.

Come il fatto che, oltre a frequentare assiduamente confessionale e Santa Messa, Borsellino fosse solito proclamare le letture, abitudine che abbandonò solo nell’ultimo periodo, immaginiamo a malincuore, per ragioni di sicurezza. Non veniva insomma in chiesa per consuetudine, sottolinea monsignor Francesco Ficarrotta, ma perché ci credeva. Testimonianza, questa, alla quale si aggiunge quella di Diego Cavaliero, indicato come allievo del magistrato: «Credo che la fede lo abbia aiutato in quello che è il concetto di morale, che va anche al di là della religione, ma individua ciò che è giusto o sbagliato in senso assoluto. Borsellino era credente, cattolico praticante».

A ulteriore conferma della religiosità del giudice, un passaggio estremamente significativo: l’ultima confessione. Il magistrato amico di Falcone, proprio il giorno prima della strage, incontrò al Palazzo di giustizia don Cesare Rattoballi, parroco di periferia che nell’ultimo periodo gli fu molto vicino, e – secondo quanto ricorda lo stesso sacerdote – gli disse: «Fermati, voglio confessarmi. Vedi, mi sto preparando». «Aveva un senso profondo di ciò che doveva accadere», è il commento di don Rattoballi. A quanto fin qui detto si può inoltre aggiungere, sempre a sottolineare la fede di Borsellino, il gesto enorme e cristianissimo che fece la moglie: perdonare. Anche qui, non si tratta di ipotesi ma di cose dimostrate.

Fu difatti proprio lei, Agnese, in una toccante lettera indirizzata a papa Giovanni Paolo II – e pubblicata sull’Osservatore Romano il 6 maggio 1993, alla vigilia della visita papale in Sicilia – a dimostrarsi capace di guardare oltre le proprie ferite con parole che ancora oggi, se rilette, non possono non commuovere: «Sapere che il sangue del mio Paolo oggi è seme di speranza e di liberazione per tutto questo nostro popolo mi riempie di gioia e di orgoglio e mi dà un senso della mia pochezza e della mia indegnità». Un grande uomo e una grande donna, dunque, entrambi animati da una fede cristiana che non si esagera nel definire esemplare e che sarebbe un peccato, oggi, non ricordare.

Giuliano Guzzo

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