Il vero problema della nuova legge sull’apologia di fascismo, da ieri in discussione alla Camera, non è tanto la sua natura antistorica, liberticida e doppiopesista – l’apologia di comunismo va bene? I regimi rossi non hanno ucciso abbastanza? -, quanto il suo essere bugiarda. Perché lascia intendere, arrestandosi a schemi novecenteschi, che le dittature siano solo quelle non democratiche, mentre invece è di tutta evidenza come oggi sia un sistema democratico sempre più claudicante, il maggiore responsabile di nuovi atteggiamenti dittatoriali. Il paradosso, poi, è che sono gli stessi che si dichiarano antifascisti a sostenere derive di questo genere.

O forse avete presente antifascisti oggi schierati contro l’Ordine dei giornalisti – questo sì eredità del Ventennio -, per aver pesantemente condizionato, negli anni, la libertà di opinione sanzionando professionisti, guarda caso, tutti non di sinistra (Vittorio Feltri, Alessandro Sallusti, Filippo Facci, Padre Livio)? E acerrimi nemici del fascismo denunciare la preoccupante e orwelliana concentrazione, sotto la proprietà di un unico gruppo, di testate come La Stampa, Repubblica e Secolo XIX, a parte un coraggioso Luca Sofri – che ha parlato di «livelli di impurità assolutamente inediti, e alla disintegrazione di ogni solidità e indipendenza identitaria delle testate» -, ne avete sentiti?

E, ancora, dov’erano quanti ritengono prioritario un più forte contrasto alla propaganda fascista, quando, nel corso della campagna dell’ultimo referendum costituzionale, pochi mesi fa, una serie impressionante di giornalisti di stampa e televisione in dissenso dalla linea governativa (Bianca Berlinguer, Nicola Porro, Massimo Giannini, Maurizio Belpietro, Massimo Giannini, Alessandro Giuli) subiva avvicendamenti, spostamenti quando non addirittura licenziamenti? Curioso, inoltre, come sia sempre il fronte a parole democratico quello che promuove provvedimenti – pensiamo alla legge contro l’omofobia – che finirebbero per mandare sotto processo chi, anche per errore, dimenticasse di esaltare le nozze gay.

Non è un’esagerazione, dato che è il proponente stesso della legge in questione, Ivan Scalfarotto, Sottosegretario di Stato allo Sviluppo economico del Governo, ad aver definito omofobo sul suo profilo facebook un post del quotidiano Repubblica che lo scorso marzo aveva osato apostrofare come «compagno» – anziché presentarlo solennemente come marito – colui che nel maggio 2015 è convolato a nozze con Xavier Bettel, il premier lussemburghese. E si potrebbe continuare ancora, enumerando casi ed esempi, se non fosse già evidente che, in Italia come nel mondo, l’area politica progressista coltiva preoccupazione verso il ritorno del fascismo che fu, più che per amore per la libertà di pensiero, perché ne teme la concorrenza.

Giuliano Guzzo

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