Era tutto pronto, organizzato per bene, come si deve, concordato per tempo e secondo le regole. Non dovevano pertanto esservi problemi di alcun genere e tipo ma alla fine, nella giornata di ieri, la disponibilità dei locali dell’Università Roma 3 è stata improvvisamente revocata, facendo saltare la conferenza di Gianna Jessen, l’attivista statunitense che porta in giro per il mondo una testimonianza pressoché unica – la sua -, di bambina cui venne praticato un aborto salino ma ciò nonostante riuscita, dopo diciotto ore complicatissime, a venire al mondo. Un miracolo che Gianna, da anni, espone insieme alla sua militanza antiabortista come una – è il caso di dirlo – che c’è passata.

Eppure all’Università romana – complici le proteste di alcuni docenti della facoltà di Lettere e Filosofia e di qualche studente scalmano, i quali hanno convinto il preside a tornare sui suoi passi – a questa donna e alla sua prodigiosa testimonianza, lo spazio è stato negato. Un episodio francamente vergognoso, ma che purtroppo non deve stupire più di tanto. Da tempo, infatti, nell’Occidente della libbbertà e dell’autodeterminazione dell’aborto volontario non è ammesso parlare. Si guardi alla Francia, che solo poche settimane fa ha varato una legge che prevede pene fino a due anni di reclusione per i siti internet e associazioni rei di fornire indicazioni che, in qualche modo, possano «intralciare» il diritto di aborto.

Oppure si pensi, tornando alla nostra Italia, alle campagna elettorale delle politiche del 2008, alle uova e alle sassate toccate a Giuliano Ferrara, colpevole d’essersi messo alla guida di una lista pazza denominata, lo si ricorderà, Aborto? No, grazie. Il fondatore de Il Foglio non poteva tenere comizi se non circondato da un numero di poliziotti davvero impressionante, soprattutto alla luce di quello che poi fu il risultato elettorale. Eppure anche in quella occasione, la censura all’aborto andava bene, anzi benissimo. Non mi pare infatti che i Saviano e i Gramellini si fossero sgolati per quella cosuccia da nulla che si chiama diritto di «manifestare liberamente il proprio pensiero» (art. 21 Cost).

Facile dunque prevedere che né loro né altre penne dei giornaloni verseranno inchiostro sulla sostanziale censura toccata alla Jessen, una che tra le altre cose ha già potuto parlare (oltre che qualche minuto su Rai 2, nel 2012) al Parlamento australiano e nientemeno che al Congresso degli Stati Uniti di America; poca roba, evidentemente, per qualche docente di Roma 3. Ragion per cui, anche se alla fine la donna parlerà oggi alle ore 16 in Cappellania, Basilica San Paolo, per cui chi vorrà potrà andare a sentirla, è difficile – ripensando per esempio a quanto accadde alla Sapienza con Papa Benedetto XVI – sottrarsi all’impressione che il nostro mondo accademico sia sempre più il tempio del Pensiero Unico, del sapere unidirezionale, della cultura precotta. 

Jessen o non Jessen, è dunque chiara l’eclissi intellettuale che, non da oggi, si sta addensando sul mondo culturale italiano, dove puoi parlare nelle università, pubblicare con grandi casi editrici e pontificare dalle poltroncine di Che tempo che fa dandoti ariette da maître à penser, solo ed esclusivamente se hai determinate posizioni. Se viceversa al pensiero pensato – quello che ti servono indistintamente nei momenti culturali di Amici o sulle pagine de L’Espresso, con uniformità nordcoreana – preferisci il pensiero pensante, quello che può venire solo dalla tua, di testa, beh, affaracci tuoi. Perché nel magico mondo dei diritti civili, del «ce lo chiede l’Europa» e del progresso, se osi non esser allineato, puoi pure superare un aborto, ma non la censura.

Giuliano Guzzo

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