8 maggio. Pochi lo sanno e quasi nessuno, potete scommetterci, lo ricorderà ma questa non è una data qualsiasi perché in quel giorno, 223 anni fa, i mitici rivoluzionari francesi ghigliottinarono il chimico Antoine Lavoisier (1743 –1794), un gigante assoluto della scienza. Tanto che Lagrange, per commentare l’accaduto, commentò: «Alla folla è bastato un solo istante per tagliare la sua testa; ma alla Francia potrebbe non bastare un secolo per produrne una simile». Ciò nonostante ancora oggi, quando si parla di “scienza perseguitata”, molti evocano il processo a Galileo Galilei (1564 – 1642). Anche a costo di inciampare in errori da matita rossa, come fece tempo addietro Alessandro Cecchi Paone sostenendo che il celebre scienziato pisano sarebbe stato il primo a dimostrare «attraverso l’osservazione» che la Terra ha una forma sferica: l’ennesimo, gratuito schiaffo al Medioevo, epoca nella quale che la Terra non fosse piatta era dato ampiamente per scontato. Del resto, secoli prima Eratostene di Cirene (275 a.C.-195 a.C.) aveva misurato con ottima approssimazione le dimensioni della Terra.

Ma torniamo al Lavoisier, vittima totalmente dimenticata di una cultura, quella giacobina e rivoluzionaria, che sotto mentite spoglie resiste tutt’oggi, passando dalla commemorazione del processo a Galilei – di cui ignora quasi tutto – alla celebrazione del pensiero scientifico di Giordano Bruno (1548 –1600) il quale, però, era più che altro mago e tifoso «della religione magica degli antichi Egizi quale veniva descritta nell’Asclepius»» (Eliade M. Storia delle credenze e delle idee religiose, Bur 2006 p. 279). Lavoisier invece no, tutt’altro: lui era uno scienziato vero, come lo era, per esempio, il filosofo, matematico e specialista in ingegneria elettrotecnica Pavel Florenskij (1882-1937) – da alcuni ribattezzato il Leonardo da Vinci russo -, morto fucilato dal regime comunista. Ma degli scienziati perseguitati dai rivoluzionari francesi o dai regimi comunisti poco o nulla si deve sapere; meglio fossilizzarsi ed insistere sul trito e ritrito “caso Galilei”, guardandosi però bene dal dire quale fu l’effettivo destino dell’illustre scienziato. Un destino tutt’altro che infernale.

Infatti Galilei non solo non fece neppure un giorno in cella né fu sottoposto ad alcuna forma tortura, ma durante il processo venne accolto – a spese della Santa Sede – in un alloggio di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e cameriere personale; e dopo la sentenza, che lo scienziato pisano accolse positivamente arrivando a riconoscere con gratitudine la clemenza di coloro che lo giudicarono, fu alloggiato dapprima nella magnifica dimora dei Medici al Pincio e poi in una villa di Arcetri talmente angusta da essere soprannominata «il gioiello». Tutt’altra sorte toccò purtroppo a Lavoisier, eliminato come nemico della Rivoluzione anche se questo era un pretesto. Marat (1743–1793), lo accusava di vari crimini ed imbrogli – il più curioso, di vendere tabacco tagliato con l’acqua -, ma la realtà era che costui non gli perdonò mai il rigetto alla propria domanda di entrare nell’accademia della scienza. Una storia dimenticata, purtroppo. E non meraviglierebbe se gli studenti di oggi – gli stessi che magari pensano che Galileo Galilei sia stato sottoposto a chissà quali indicibili torture dalla Chiesa – ammesso e non concesso che sappiano chi fosse il grande chimico, se interpellati sulla sua fine, possano rispondere: chi tagliò la testa a Lavoisier?

Giuliano Guzzo

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