Nel Pd hanno un leader, ma forse non una calcolatrice. L’avessero, forse vi sarebbe meno entusiasmo per il ritorno alla segreteria dell’ex Sindaco di Firenze il quale, rispetto alle precedenti primarie, ha raccolto complessivamente oltre 600.000 voti in meno, perdendo un elettore su tre. Non è andata meglio al partito nel suo insieme, che dal 2013 ad oggi ha perso una marea di votanti alle primarie, quasi dimezzandosi proprio nelle cosiddette regioni rosse, cioè in Emilia Romagna (-47 per cento), Toscana (-46 per cento), Umbria (-43 per cento) e nelle Marche (-49 per cento). In sintesi, dal 2013 ad oggi il Pd ha perso per strada – alle sole primarie – qualcosa come 966.223 persone. Qualcuno potrebbe osservare che l’astensionismo è un problema strutturale, non solo di un partito. Vero.

Il punto è che l’astensionismo alle primarie del Pd è stato notevolissimo. Basti pensare che tra il 2008 e il 2013 – quindi nell’arco temporale di cinque anni – gli italiani che alle elezioni non votano sono aumentati del 5,3 per cento, mentre l’emorragia di persone vicine al partito di Renzi, per quanto si voglia leggere il tutto alla luce di un più ampio processo di destrutturazione territoriale dei partiti, è stata percentualmente molto più rapida e lacerante. La domanda allora è: dove sono finiti quelle 950.000 persone? Forse gravitano ancora in area centrosinistra, o si sono spostate più a sinistra del Pd. Possibile; ma c’è anche la possibilità che l’elettorato cosiddetto populista si stia ingrandendo a scapito del Pd. I cui simpatizzanti e vertici, a questo punto, farebbero bene a dimenticarsi del 40 per cento racimolato al referendum costituzionale, dopo una campagna mediatica quasi unilaterale, e a tornare coi piedi per terra. Perché Renzi sarà pure tornato, ma il partito sta evaporando.

Giuliano Guzzo

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