La notizia, in sintesi, è che i servizi sociali d’intesa con la Procura per i minorenni di Bologna, nelle scorse ore, sono intervenuti con l’atto urgente di messa in protezione per una quattordicenne, originaria del Bangladesh, rasata a zero dalla madre – pare – perché rifiutava il velo. Ora la giovane è stata allontanata dalla famiglia, così come le sorelle, e affidata ad una comunità protetta e chi scrive non vuole certo trarre alcuna conclusione affrettata né su questo caso né, tanto meno, crederlo emblematico d’una tendenza diffusissima. Tuttavia, non si può neppure far finta che simili episodi, in fondo, non costituiscano dei campanelli di allarme. Dopotutto, è ancora viva la memoria della povera Hina Saleem (1985-2006), la ragazza pakistana uccisa in Italia dal padre con oltre venti coltellate perché rifiutava di adeguarsi ai costumi tradizionali della cultura d’origine. Attenzione: qui il problema non sono né il velo né gli usi stranieri. Anzi, chi segue questo blog ricorderà come, mesi fa, si sia definita demenziale la battaglia contro il burkini, il costume da bagno delle donne islamiche.

Il nocciolo della questione è invece un altro, e cioè il fatto che immigrazione islamica non fa rima con libertà. Il che, in realtà, può anche non costituire alcun problema, salvo che quando qualcuno prova a ribellarsi – come, pare, la quattordicenne cui si accennava – le cose possono complicarsi. Parecchio, anche. Del resto, che esista un legame tra certe comunità islamiche e violenza contro le donne è qualcosa, purtroppo, di abbastanza assodato. Fanno testo, a questo proposito, diverse dettagliate indagini condotte in Inghilterra.  Mi riferisco in primo luogo ad un report a cura dell’Organizzazione per i diritti delle donne iraniane e curde risalente al 2011, che metteva in luce come le cinque aree con la più alta concentrazione di casi di varie violenze contro le donne (matrimoni forzati, violenze dettate dall’onore, mutilazioni genitali, violenza domestica) fossero Londra, West Midlands, West Yorkshire, Lancashire e Manchester.

Tutte zone, manco a dirlo, a elevata presenza di immigrati mussulmani. Allo stesso modo, sempre in Inghilterra, i più recenti dati governativi segnalano come le nozze forzate siano in aumento – oltre 1.400 casi nel solo 2016 -, come in centinaia di casi riguardino ragazzine dai quindici anni in giù e come in oltre il 50 per cento dei casi la provenienza originaria delle persone coinvolte sia, guarda caso, il Pakistan o il Bangladesh. Tutto questo – ci tengo a sottolinearlo – non implica alcun nesso automatico e causale tra la presenza di comunità islamiche e i maltrattamenti alle donne, che purtroppo si verificano, talvolta, anche in famiglie cristiane o non religiose. Ciò nonostante, negare che vi sia un collegamento preoccupante e chiaro tra ambienti mussulmani e scarso rispetto della dignità femminile significherebbe, di fatto, mettere la testa sotto la sabbia. Che è proprio l’atteggiamento che – non solo in Italia, per la verità – hanno stabilmente adottato le Istituzioni, politici e intellettuali da salotto.

Gli stessi che, dinnanzi a casi di maltrattamenti o violenze in altri contesti, denunciano il perdurare della mentalità patriarcale, segnalano la necessità di svolte culturali e l’urgenza dell’educazione di genere, quando viene il momento di mettere in luce il rovescio della medaglia dell’immigrazione – chissà come mai – tacciono, fan finta di nulla, guardano altrove. E’ forse serietà, questa? Per quel che vale, direi di no. E credo che fatti come quello di Bologna, per quanto siano ancora da accertare, dovrebbero far riflettere. Perché non si può – quando di mezzo vi sono famiglie immigrate o di religione islamica – etichettare furbescamente taluni episodi di violenza come «casi isolati», mentre in tutte le altre situazioni rilanciare i tormentoni contro il sessismo imperante. Eppure è proprio ciò che accade e continua ad accadere, alimentando oggettivamente il sospetto di un doppio standard, tutto a favore di chi non è di origine europea di fede non cristiana. Due colpe, queste sì, difficilmente imperdonabili, almeno a giudicare l’atteggiamento di molti buonisti.

Giuliano Guzzo

 

 

 

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