Pasolini

 

 

 

 

 

Quarantuno anni sono forse abbastanza per tentare – si spera senza scadere in semplificazioni – un ritratto di Pier Paolo Paolini (1922–1975) tenendo conto dei molteplici versanti sui quali ha saputo esprimersi non per nulla Wikipedia lo presenta come «poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista ed editorialista». La difficoltà di presentare esaustivamente l’artista brutalmente assassinato a Ostia il 2 novembre 1975 non nasce però tanto dalla sua eccezionale versatilità culturale bensì da quello che Pasolini è stato, ossia un uomo nel quale si sono stabilmente concentrate – quasi sfidandosi a duello – miseria e grandezza, l’intelligenza di capire a fondo la sua epoca e l’incapacità di vivere serenamente.

La miseria di Pasolini – che molti di coloro che intendono celebrarlo ora occultano – emergeva chiaramente dal suo stile vita, costellato di eccessi e, soprattutto, di violenza e morte. Pasolini era quello che quando arrivava ai Castelli Romani a bordo del suo Maggiolino, dopo i “rapporti” coi ragazzini che sceglieva per avere compagnia, chiedeva di essere picchiato. Lo ha confermato, intervistato da Aldo Cazzullo, l’attore Paolo Poli: «Per l’amore voleva Emilio, il figlio della natura: gli ignoranti, i ragazzi di borgata; brufoli e accento romanesco. Dalle scorrerie in cabriolet tornava pesto, segnato, graffiato» (Corriere della Sera, 27/6/2011). Venne perfino espulso dal Pci a causa della sua omosessualità, a quel tempo ritenuta una «una degenerazione borghese» (L’Unità, 29/10/1949).

Violenza e morte furono temi onnipresenti anche nel suo cinema: «Accattone muore; in Ostia (soggetto e sceneggiatura di Pasolini) di Sergio Citti, sua voce barbara, uno dei fratelli muore in mare in una crocifissione acquatica. Il figlio di Mamma Roma, Garofolo, muore. Anche stracci muore al posto di Cristo in La ricotta. E nello struggente episodio di Capriccio all’italiana (“Che cosa sono le nuvole”) Totò, Davoli, Franco e Ciccio sono marionette e dunque morte» (Il Giornale, 3/7/2011). A giudicare dalla drammaticità della sua opera, almeno quella cinematografica, sembra cioè quasi che Pasolini, più che vivere, si preparasse a morire nel presagio del terribile destino che gli sarebbe toccato, un omicidio violentissimo e avvenuto in circostanze mai del tutto chiarite.

Le ombre che senza tregua tormentarono l’uomo non impedirono però alla sua vena geniale – e soprattutto controcorrente – di manifestarsi. In un momento infatti in cui il popolo italiano inaugurava la marcia del cosiddetti “diritti civili”, Pasolini – come ricorda Antonio Socci all’inizio del suo Il genocidio censurato (Piemme, 2006) ­– fu capace non solo di tuonare contro l’aborto, ma di schierarsi anche, cosa di cui neppure molti cattolici oggi sono capaci, contro la sua legalizzazione: «Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero una legalizzazione dell’omicidio». Chi altri oggigiorno, a destra come a sinistra, saprebbe rendersi autore di una dichiarazione tanto forte, netta e coraggiosa? Bene, il regista de II Vangelo secondo Matteo quelle parole le ha dette e mai smentite.

In anticipo non di anni bensì di decenni rispetto a tanti altri, l’intellettuale nato a Bologna e cresciuto in Friuli seppe, dopo aver onestamente ammesso di aver stravisto per lui, prendere le distanze dal mito di Stalin (1878-1953): «Anch’io durante la guerra, e subito dopo, ho amato con tutto il cuore quell’uomo, misterioso e simbolico. Con centinaia di migliaia di cittadini, vedevo in lui il liberatore vero, ingenuamente […] Ora, quel mito, per quel che mi riguarda, è totalmente esausto […] Non posso perdonare a Stalin le repressioni, le ingiustizie, i campi di concentramento. Il comunismo è perfettamente inutile se non considera sacro il rispetto della persona umana» (28/10/1961). Se si considera quanto duraturo sia stato, a sinistra, il mito di Stalin, si può comprendere la grandezza di questa pasolinana presa di distanza.

La grandezza di Pasolini – il cui contributo intellettuale si potrebbe sintetizzare in una denuncia dell’omologazione – emerge anche dalla sua capacità di autocritica. Come quando, per esempio, rispondendo a un lettore, ammise il suo pregiudizio contro la Chiesa cattolica: «Come comunista anche io non sono immune da questa malattia inconscia, e l’anticlericalismo serpeggia come un verme dentro di me, a succhiare il sangue dell’altro, fino a renderlo ombra, simbolo, schema di un insieme di cose che mi sembrano ingiuste, di un mondo che rifiuto» (29/10/1964). Quanti altri – ieri come oggi – hanno dato prova di una così cristallina capacità di autocritica? Davvero difficile, dinnanzi a tanta onestà intellettuale, non restare affascinati.

Così come affascina l’invito che Pasolini, confermando le proprie capacità profetiche e con parole francamente attualissime, fece alla Chiesa di non lasciarsi mettere al bando dalla cultura contemporanea: «Se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo […] Essa dovrebbe passare all’opposizione […] la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante» (Corriere della Sera, 22/9/1974).

Attenzione però a non cadere nell’errore di pensare che per Pasolini la Chiesa fosse solo un’alleata occasionale contro il potere: alla base del suo pensiero, infatti, c’era anche una profonda ammirazione per il Vangelo: sì, proprio così. Un’ammirazione dichiarata: «Ritengo valido l’insegnamento del Vangelo: 1) Come paradigma di rigore assoluto, di esigenza che non accetta nessun compromesso senza mai farsi moralistica; 2) Come modello di pensiero insieme assolutamente coerente e assolutamente libero. 3) Come esempio di predicazione di un amore non sentimentale (né paternalistico né…”fraternistico”)». E non è finita: seppe anche, il Nostro, ricordare una verità che a tanti cristiani oggi sfugge: «Tutto sommato, dal Vangelo, risulta che il più grande peccato è poi, il “compromesso”» (Le belle bandiere. Dialoghi 1960-1965, Editori Riuniti, Roma 1996, p. 279).

Si può dunque concludere questa breve serie di incursioni negli scritti dell’uomo di cui in questi giorni viene celebrata la memoria con la consapevolezza che costui è stato – come si diceva all’inizio – un raro ma autentico esempio di genio e sregolatezza, di figura da un lato sedotta da perversioni e in grado, dall’altro, di denunciare come pochi quella dominante nel suo tempo, che poi è anche il nostro. Per questo Pasolini, più che celebrato come un mito quale mai s’illuse di essere, andrebbe riscoperto per come ha saputo reagire alle contraddizioni di cui fu testimone e insieme esempio. Anche perché l’impresa è tutt’altro che difficile: i suoi occhiali, lo scorso anno, erano in questi giorni esposti, insieme ad altri effetti personali, al Museo criminologico di Roma. Ma si tratta in realtà di una copia, perché quelli originali sono ancora là, nelle sue opere: pronti a essere inforcati e a mostrarci la realtà sempre da un punto di vista diverso.

Giuliano Guzzo

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