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Ci sarebbero davvero tanti modi per raccontare, nel giorno della sua canonizzazione, chi fu Madre Teresa di Calcutta (1910-1997), tanti gli aneddoti e le citazioni che varrebbe la pena riportare su Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, questa suora albanese alta appena 1 metro e 52 che però seppe rilevarsi, già in vita, un’autentica gigante e che oggi, a diciassette anni dalla morte, viene proclamata santa. La sua esistenza fu di fatto vissuta a all’insegna della carità ma, come vedremo, soprattutto della fede, fede che la fondatrice della Congregazione delle Missionarie della Carità non concepì appunto mai disgiunta dal suo concreto e quotidiano impegno nei confronti degli ultimi. Di tutte le cose possibili che si potrebbero raccontare su questa donna eccezionale la quale, nata da famiglia benestante, non solo scelse la povertà ma impiegava per i poveri tutto ciò che aveva o che le veniva donato – un giorno, per esempio, le fu donata per i suoi spostamenti una lussuosa cabriolet e lei, dopo essersi quasi lamentata («Chissà quanta benzina consuma!»), la mise all’asta e col ricavato mise in piedi una nuova struttura assistenziale -, desidero condividerne in particolare tre. La prima è, per così dire, una testimonianza personale.

Diversi anni fa ascoltai infatti la testimonianza di un prete indiano il quale raccontò che Madre Teresa, nell’assistere poveri e malati, si trovò un giorno totalmente a corto di risorse. Non aveva più nulla per i bisognosi che seguiva. Una condizione difficile, anzi tragica, a fronte della quale la piccola suora fu costretta a chiedere aiuto. Aiuto che scelse, pur consapevole di difficoltà e rischi, di chiedere anche ad un ricco il quale viveva non molto lontano dalla sua struttura, ma con cui non aveva avuto, non per sua scelta, alcun genere di rapporto. La donna si fece ricevere dall’uomo il quale, dopo aver ascoltato con insofferenza le sue richieste, fece quanto di più odioso fosse possibile, sputandole in faccia. Un vero e proprio affronto al quale, asciugatosi il viso, Madre Teresa rispose nel modo più straordinario possibile affermando: «Io ho avuto quello che mi merito, ma ora tu devi aiutare questa povera gente». Incredulo e spiazzato dinnanzi ad una simile reazione, il facoltoso signore cacciò comunque la donna; la quale però, poco dopo essere ritornata alla propria struttura, si vide recapitare cibo e medicinali per settimane e settimane. L’arrogante e incivile ricco, dopo aver incontrato la suora, scoprì di avere un cuore.

Un secondo ricordo su Madre Teresa riguarda in modo diretto il suo rapporto con la fede. Una fede che secondo lei non doveva accompagnare, ma precedere ogni altro impegno sociale; questo perché la prima povertà di oggi, secondo la suora che pure in mezzo ai poveri trascorse una vita intera, non è materiale ma appunto di fede. A questo riguardo, è opportuno dare la parola direttamente a lei: «La sofferenza va oggi aumentando nel mondo. La gente ha fame di qualcosa di più bello, di qualcosa di più grande che i circostanti possano dare. Oggi nel mondo c’è una grande fame di Dio. C’è tanta sofferenza dappertutto, ma c’è anche una grande fame di Dio e di amore reciproco […] Le nostre labbra devono sempre avere un sorriso per ogni bambino che aiutiamo, per ognuno cui offriamola nostra compagnia o medicina. Sbaglieremmo però ad offrire solo le nostre cure: dobbiamo offrire il nostro cuore a tutti. Le agenzie governative svolgono molte attività nel campo dell’assistenza. Noi dobbiamo offrire qualcos’altro: l’amore di Cristo» (Sorridere a Dio, Edizioni Paoline, 1977, pp.23-51). Che dire? Una gran lezione anche a quei cattolici che, pur lodevolmente impegnati nel sociale, dimenticano di evangelizzare.

Il terzo ricordo sulla donna oggi proclamata santa che vorrei condividere riguarda il Premio Nobel per la Pace, che le fu assegnato e che andò a ritirare l’11 dicembre 1979 ad Oslo. Dove pronunciò un discorso storico: «Sono stata sorpresa di vedere in occidente tanti ragazzi e ragazze darsi alle droghe, e ho cercato di capire perché, perché succede questo, e la risposta è: perché non hanno nessuno nella loro famiglia che li accolga. Padre e madre sono così occupati da non averne il tempo. I genitori giovani sono in qualche ufficio e il figlio va in strada e rimane coinvolto in qualcosa. Stiamo parlando di pace. Queste sono cose che distruggono la pace, ma io sento che il più grande distruttore della pace oggi è l’aborto, perché è una guerra diretta, un’uccisione diretta, un omicidio commesso dalla madre stessa […] Tante persone sono molto, molto preoccupate per i bambini in India, per i bambini in Africa dove tanti ne muoiono, di malnutrizione, fame e così via, ma milioni muoiono deliberatamente per volere della madre. E questo è ciò che è il grande distruttore della pace oggi. Perché se una madre può uccidere il proprio stesso bambino – aggiunse Madre Teresa – cosa mi impedisce di uccidere te e a te di uccidere me? Nulla».

Ora, dinnanzi a queste parole, svetta una curiosità: oggi quanti cattolici – quanti fedeli, quanti preti, quanti vescovi – saprebbero gelare un’intera platea affermando che «l’aborto, perché è una guerra diretta, un’uccisione diretta, un omicidio commesso dalla madre stessa»? E quanti, invece, riterrebbero queste parole troppo pesanti e poco misericordiose? Quanti al posto di Madre Teresa, ad Oslo, si sarebbero rifugiati dietro giri parole molto più pacate, possibilmente addirittura evitando il tema dell’aborto? Credo che anche dalle risposte a queste domande emerga la differenza – purtroppo molto attuale – fra il cristianesimo e le sue parodie. Soprattutto, credo che questo terzo ricordo, unitamente agli altri due, testimoni con chiarezza chi sia stata la piccola suora che, da oggi, si è ufficialmente autorizzati a venerare come santa. Una donna che non si fermò davanti a nulla, come si è visto, neppure a difficoltà anche enormi – per lei, probabilmente, la peggiore fu una «notte oscura dello spirito» nella quale sentì lontano Dio -, lasciandoci un’eredità immensa, certamente non liquidabile da ricordi significativi come quelli che, sperando di fare cosa gradita, ho inteso condividere, e che ci invita con forza, pur con le difficoltà che tutti abbiamo, a dare un senso più profondo alla nostra esistenza.

Giuliano Guzzo

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