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In numerosi Paesi occidentali, in particolare in Inghilterra ma non solo, le gravidanze tra le giovanissime costituiscono un problema sociale serio sia per l’estensione statistica del fenomeno sia perché esso risulta strettamente correlato a quello degli aborti; il che ha fatto sì, in qualche caso, che Governi abbiano deciso di investire montagne di quattrini nella promozione della contraccezione. Contrariamente alle aspettative, questi sforzi però non solo non hanno prodotto i miglioramenti sperati ma talvolta – anche se è politicamente scorretto sottolinearlo – sembrano aver peggiorato la situazione con la curva del numero degli aborti tra le giovanissime che, dove non è rimasta elevata, è addirittura cresciuta.

Il perché di questo, in fondo, è semplice: diversamente da una credenza diffusa anche tra persone istruite e laureate, non esiste alcuna evidenza empirica che più contraccezione porti a meno gravidanze indesiderate.  «Quali sono – si è in tal senso chiesto il medico e bioeticista Renzo Puccetti, dopo aver pazientemente setacciato l’intera letteratura scientifica al riguardo – le prove a sostegno del fatto che il più vasto ricorso alla contraccezione ridurrebbe il numero di aborti? La risposta della scienza è: nessuna» (Vita e morte a duello, Fede&Cultura 2014, p.80). Di tanto in tanto, è vero, esce la notizia di qualche pubblicazione che avrebbe provato che il ricorso alla contraccezione abbasserebbe il numero degli aborti, ma così presentate sono puntualmente bufale.

Dunque come contrastare le gravidanze tra le minorenni? Alla luce dei controversi per non dire deludenti risultati delle politiche contraccettive, ricerca e studi sono continuati. Arrivando perfino a concepire un’idea abbastanza curiosa: quella di consegnare per qualche tempo a delle giovanissime un particolare bambolotto-bebé da accudire con attenzione come fosse un neonato vero e sempre pronto a piangere, sostanzialmente replicando la tutt’altro che rilassante realtà che segue una gravidanza portata a termine. Vedendo già da adolescenti cosa implica avere un figlio – si pensava – ci si penserà quindi bene prima di ritrovarsi nella condizione di diventare madri. Un’ipotesi tradotta in un esperimento i cui esiti sono stati da poco pubblicati su un’autorevolissima rivista scientifica (cfr. The Lancet, 2016).

Esiti che però non sono stati quelli attesi. Infatti, considerando un campione di ragazze di età compresa tra i 13 e 15 anni appartenenti a decine di scuole diverse alle quali, tra il 2003 ed il 2006, era stato proposto il programma di sensibilizzazione che prevedeva la custodia del finto bebé, confrontandolo con un campione di altre giovani che non avevano seguito la campagna e prendendo in esame i dati sanitari di tutte al ventesimo anno di età, la sorpresa è stata grande: coloro che si erano viste affidare il pupo, rispetto alle altre, hanno fatto registrare un maggior numero di aborti ma anche di gravidanze portate a termine, anzi a dire il vero la differenza maggiore è stata questa seconda. In altre parole, il bambolotto piangente non solo non si è rivelato un buon contraccettivo, ma ha pure incentivato la natalità.

In questo caso, a differenza del fallimento delle politiche contraccettive di cui si parlava poc’anzi, è probabile che l’esito sperimentale sia dovuto ad altro, e cioè essenzialmente all’istinto materno che il bebé, benché di plastica e benché sempre pronto a strillare, ha risvegliato. Perché per quanto si parli male dell’esperienza della gravidanza, per quanta propaganda si faccia sulle donne che diventano manager anziché madri e per quanto si demonizzi come devastante l’esperienza comunque tutto fuorché leggera della maternità, esiste per l’appunto nella donna una vocazione alla maternità fortunatamente impossibile da estirpare ma, invece, fondamentale da formare, educare e orientare.

Ed è probabilmente proprio questo – quello dell’educazione, cosa ben diversa dall’apologia della contraccezione 2.0 – il sentiero da percorrere a livello sociale, se si vuole contrastare efficacemente la piaga degli aborti fra le giovanissime. Infatti, se da un lato non va affatto demonizzata ma accolta e sostenuta nel suo percorso di maternità una giovane che rimanesse incinta, dall’altro è chiaro come i famigerati corsi di educazione sessuale, sia detto con rispetto, servano a poco giacché ai giovani in realtà non servono esperti qualificati ma educatori credibili, gente disposta con la propria competenza ma anche col proprio esempio a testimoniare che, nonostante tutto quel che ci sente in giro, vivere sulle tracce di Cose grandi e pure è ancora possibile.

Giuliano Guzzo

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