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Hanno suscitato un certo stupore, agli occhi di molti, gli esiti di un recente ed esteso studio dal quale, in buona sostanza, è emerso come i giovani di oggi abbiano una vita sessuale meno attiva rispetto a quella dei loro genitori quando avevano la stessa età. Questa ricerca, condotta su un campione di oltre ventiseimila adulti statunitensi di età compresa fra i 18 e 96 anni (cfr. Twenge – Sherman – Wells, Archives of Sexual Behavior, 2016), avrebbe dunque stabilito come la Generazione Y – espressione impiegata per la prima volta nel 1993, in un editoriale sulla rivista Ad Age, e volta a definire coloro che sono nati negli anni Novanta – sarebbe, sul piano erotico, più simile a quella dei nonni rispetto a quella dei genitori, che pure faceva i conti con una società dalle idee morali, per quanto in evoluzione, più rigide rispetto a quelle attuali.

Cosa c’è all’origine di questo curioso fenomeno, del quale gli studiosi più attenti sono al corrente da anni? Non è chiaro, tanto è vero che le spiegazioni sulle quale educatori ed esperti si confronta sono molteplici. C’è chi parla dello scarso interesse per l’attività sessuale come conseguenza di una maggiore educazione sessuale, o comunque di una consapevolezza relativa ai rischi delle malattie sessualmente trasmissibili, come l’Aids, e chi – non senza ragioni – sottolinea, come fattore, il facile accesso alla pornografia online. Altri invece si soffermano sull’odierna e crescente diffusione delle «principesse tristi», ossia di giovani «donne che rimandano all’infinito il momento che coincide con l’inizio dei rapporti sessuali» (Mente & Cervello, n. 49, 2009, p. 53) e non manca chi sottolinea come la Generazione Y sia costituita da giovani «sempre più ‘indecisi’ e senza progettualità» (Studium Educationis, n. 3, 2011, p.80).

Ora, la mia impressione è che queste risposte siano tutte plausibili ma, al tempo stesso, tutte parziali. Non si può infatti non vedere come, nell’insieme di queste ipotesi – che, si badi, sono diverse ma non sempre alternative – ne manchino altre che, da sociologo, considero significative. Tre, almeno. La prima concerne la liberazione sessuale: decenni fa, e probabilmente ancora ai tempi della Generazione X, i rapporti sessuali giovanili cozzavano con canoni morali che potevano, in qualche misura, renderli interessanti e trasgressivi; oggi, viceversa, è difficile che i giovani vedano nel sesso qualcosa di proibito, anzi. Una seconda considerazione riguarda il fatto che i giovani di oggi, rispetto agli altri, hanno assistito – spesso in prima persona – a molte più separazioni e divorzi. Ebbene, la consapevolezza del precariato affettivo potrebbe essersi tradotta, in non poche situazioni, in una maggiore prudenza nel vivere i rapporti sessuali.

Una terza ed ultima considerazione che mi sento di proporre, non in conflitto con le precedenti ma direi conseguente per spiegare l’atteggiamento della Generazione Y, concerne il fatto che proprio la crisi educativa, proprio l’assenza di riferimenti e maestri, se da un lato può aver reso i giovani «più ‘indecisi’ e senza progettualità», dall’altro – pur senza spinte religiose o morali in senso tradizionale – può aver messo molti di costoro nella consapevolezza che l’Amore è una cosa seria, per la quale si rischia e che va vissuta con responsabilità. Una simile ipotesi a qualcuno apparirà ridicola, me ne rendo conto, perché contrasta col consolidato stereotipo d’una generazione “vuota” e “senza valori”, eppure chi, come insegnante o come educatore, si è trovato a discutere coi giovani di oggi su temi quali l’Amore, la fedeltà e in prospettiva futura pure le nozze, sa bene come sia diffuso – spesso al di là delle aspettative – il desiderio di quel «per sempre» al quale troppi adulti hanno smesso di credere.

E se la Generazione Y, la stessa che vive divisa tra internet e realtà, la stessa che ha il precariato esistenziale scritto nel DNA (ancorché non per propria scelta) percepisse, proprio in ragione di questa condizione, il «per sempre» come valore da perseguire anche vivendo l’esperienza sessuale con più prudenza? Come si può escluderlo, senza che ciò – sia ben chiaro – nulla tolga alla crisi educativa che tutti abbiamo sotto gli occhi? Senza contare che, se è vero che i giovani amano essere trasgressivi – come si accennava poc’anzi –, oggi è proprio una certa attenzione ai rapporti sessuali, visti non isolatamente bensì come parte di una relazione più ampia e stabile, la cosa più trasgressiva che possa esservi. Anche se alcuni non saranno d’accordo, la realtà è insomma che il consumismo erotico esploso negli anni ’70 e ‘80 – gli stessi anni in cui paradossalmente, ma neanche troppo, iniziavano a nascere meno figli – ancorché propinato in continuazione dall’industria dei media, ha fatto il proprio tempo. E i giovani, dimostrando di cercare altro, ne sono la prova.

Giuliano Guzzo

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