2-giugno-1946

 

 

 

 

 

Forse il 2 giugno, festa della Repubblica, è il giorno meno adatto – o forse no – per ricordare un fatto mai chiarito riguardante proprio la giornata celebrativa nazionale italiana e, più precisamente, quanto accadde il 2 e il 3 giugno del 1946,  col referendum con cui gli Italiani vennero chiamati alle urne per decidere quale forma di Stato – monarchia o repubblica – dare al Paese. La storia ufficiale, infatti, la conosciamo – con 12.717.923 voti, la repubblica prevalse sulla monarchia (10.719.284) – ma quello che è meno noto, di quel referendum, è che l’esito reale potrebbe essere stato non solo diverso, ma perfino opposto a quello noto. In altre parole, secondo alcuni, quella volta non aveva vinto la repubblica.

Ma come – ci si chiederà – con due milioni di voti di differenza? Che cosa, al netto di alcune fisiologiche irregolarità, potrebbe aver alterato così tanto l’esito del referendum? Cosa mai potrebbe essere successo, considerando anche che il voto del 2 giugno – su questo concordano tutti – si svolse in un clima complessivamente tranquillo? Per capire su cosa poggiano i dubbi dei per la verità non pochissimi perplessi sull’esito di quel referendum, occorre tener presente alcuni elementi probabilmente sconosciuti ai più. Tanto per cominciare, se è importante ricordare chi votò nel giugno 1946 e cioè – per la prima volta – le donne, è altrettanto doveroso sottolineare come molti italiani, uomini e donne, furono privati del diritto di voto.

Fu infatti emesso un Decreto legislativo (n. 69/1946, contrario Re Umberto) con il quale furono privati del diritto di voto gli abitanti della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Alto Adige. Si potrebbe osservare che, a quell’epoca, le province di Zara, Pola, Fiume, Trieste e Gorizia fossero quasi completamente nelle mani della Iugoslavia comunista, ed è vero. Rimane il fatto che quei cittadini, in teoria, si sarebbe comunque dovuti consultare «con successivi provvedimenti», cosa che mai avvenne; allo stesso modo, vennero escluse dal voto città come Bolzano, che non avevano alcun problema di ordine pubblico, e fu dimenticata la Libia, allora territorio metropolitano.

Già questi elementi, dovrebbero suscitare perplessità. Ma siamo solo all’inizio. Un secondo, clamoroso – ma poco noto – aspetto del referendum del 1946 riguarda il numero di certificati elettorali stampati e diffusi. Scrive lo storico Aldo Alessandro Mola: «Il Ministro dell’Interno dichiarò che il 5 per cento degli aventi diritto non venne rintracciato e quindi non ebbe il certificato che abilitava al voto. Sappiamo però che decine di migliaia di elettori attesero invano il certificato. Alcuni, invece, ne ebbero più d’uno. A Umberto II ne arrivarono due. Nelle Memorie, l’ammiraglio Antonio Cocco dice di averne ricevuti quattro. Quanti casi del genere si contarono? Romita fece stampare 40 milioni di certificati elettorali e 20 milioni di modelli sostitutivi. Decisamente troppi».

Detto questo, nell’impossibilità di dire cosa accadde veramente nei seggi e nello spoglio delle schede – se non che dopo, su 35.000 seggi, si contarono ben 31.000 contestazioni –, tocca segnalare un altro fatto curioso e cioè che, a voto concluso, non solo pareva che l’esito fosse incerto ma, a detta di più di uno storico, si vociferava che fosse in vantaggio la monarchia. Ed erano voci autorevolissime: era il 4 giugno quando i Carabinieri, a circa metà spoglio, pare abbiano comunicato a Pio XII° (1876-1958) che la monarchia si avviava a vincere. Sempre il 4 giugno, Alcide De Gasperi (1881-1954), sembra abbia confidato al ministro della Real casa, Falcone Lucifero (1898–1997), il vantaggio della monarchia.

A conferma che, in quelle ore, fosse data per certa la vittoria monarchica c’è inoltre la testimonianza Massimo Caprara (1922–2009), all’epoca segretario personale di Palmiro Togliatti, (1893-1964), che ricordò (cfr. Nuova Storia Contemporanea, n. 6 del 2002) d’essere stato lui stesso a «passare» al leader comunista una telefonata del socialista Giuseppe Romita (1887-1958), Ministro dell’Interno, disperato per come stavano andando le cose. E fu allora, secondo i maligni, che Togliatti si sarebbe convinto da dare un “ordine” ai funzionari del suo ministero addetti alle circoscrizioni che avrebbe riscritto la storia. Menzogne? Può darsi. Di sicuro c’è che, che mentre nell’aria serpeggiava la vittoria monarchica, Togliatti sembrò non preoccuparsene.

Anzi, pare addirittura che il Migliore, quando nulla – proprio nulla – lasciava prevedere una rimonta repubblicana, nella notte fra il 4 e il 5 giugno, abbia riferito ad un giornalista del Corriere che la repubblica avrebbe vinto con ben 2 milioni di voti di vantaggio. Ma come faceva Togliatti – se la ricostruzione è vera – a sapere l’esito preciso del referendum mentre altri non meno autorevoli di lui erano pressoché certi, in quelle stesse ore, di esiti opposti? Non si tratta di una curiosità di poco conto, se si pensa che pare che sia stato nella notte tra il 5 ed il 6 giugno che i risultati, inaspettatamente, si capovolsero in favore della repubblica. Dunque il Migliore fu davvero profetico. Forse troppo.

Altrettanto singolare, inoltre, è il fatto che l’11 giugno fu proprio il Corriere – con cui Togliatti, qualche giorno prima, pare si fosse confidato – a titolare sicuro: «È nata la Repubblica italiana» riportando gli esiti: repubblica 12.718.019, monarchia 10.709.423. In quello stesso giorno, per dire, un quotidiano non meno autorevole – La Stampa – usciva con un titolo ben più cauto («Il Governo sanziona la vittoria repubblicana»), quasi lasciando spazio alla possibilità di un errore; tanto che nell’articolo in questione v’era passaggio molto significativo: «C’è da chiedersi se la repubblica sia o no proclamata». Attenzione perché non è ancora finita: il 18 giugno, infatti, la Cassazione respinse a maggioranza il ricorso del monarchico Enzo Selvaggi (1913-1957).

Perché ricordarlo? Perché – peraltro, meglio ricordarlo, contro il parere del procuratore generale e del presidente – quella volta la Corte stabilì che «votanti» non significava «chi vota» ma chi esprimeva un voto valido. Perché la Suprema corte sentenziò a quel modo? Semplice, secondo il già citato storico Aldo Alessandro Mola, che ha dedicato anni di lavoro per esaminare archivi e consultare documenti di quegli eventi: perché se si fosse tenuto conto dei voti nulli (schede bianche, annullate e contestate, che erano circa 1 milione 500 mila) il divario tra monarchia e repubblica sarebbe sceso da 2 milioni a 250 mila. Una differenza minima, che avrebbe potuto riaprire i giochi.

E poiché – continua Mola – la verifica dei verbali di seggio era stata fatta alla svelta tra il 15 e il 16 giugno da 200 funzionari mandati da Togliatti a liquidare la cosa, a quel punto sarebbe stato necessario ricontrollare le schede: ma sin dal 10 giugno Togliatti aveva detto che erano state distrutte. Così la partita fu chiusa. Falsità? Può essere. Di certo c’è che le Regioni dove, in proporzione, la repubblica più trionfò furono le “rosse” Emilia Romagna (1.526.838 contro 454.589 e Toscana (1.280.815 contro 506.167). E di certo, ancora, c’è che sarebbe stato bello la Repubblica fosse nata in modo più sereno e meno ombre. Che ora, a distanza di settant’anni, non possono essere più chiarite del tutto, ma solo dimenticate non come qualcosa di totalmente infondato, bensì come cose che ormai, a questo punto, tanto vale dimenticare.

Buona festa della Repubblica a tutti.

Giuliano Guzzo

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