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Dopo settimane di polemiche sull’accoglienza da riservare ai migranti e sul tipo di integrazione da proporre, tocca osservare come nessuno abbia ricordato come il luogo più pericoloso per un immigrato, in Italia, non siano né i pur infernali barconi né i centri di accoglienza, bensì – e, ahinoi, di gran lunga – il ventre materno: 35.388 vittime dell’aborto (dati 2012). Auspicare che chiunque possa venire in Italia senza poi garantire a chiunque di venire al mondo, una volta qui, non è civiltà. Eppure è quello che accade, anche se per quanto riguarda la negazione del diritto alla vita i figli di donne e italiane e straniere pari sono, nel senso che l’assenza di tutela legislativa grava su entrambi.

Tuttavia, i figli delle donne immigrate, in proporzione, risultano molto più esposti al rischio di essere abortiti: «Le cittadine straniere presentano un tasso di abortività, diverso per nazionalità, stimato – si legge nell’ultima Relazione ministeriale sull’applicazione della Legge 194/’78 – 3-4 volte maggiore di quanto attualmente risulta tra le italiane» (p.4). Tanto è vero che, nonostante la sbandierata diminuzione del numero di aborti procurati complessivi – sulla quale molto potrebbe essere comunque detto -, si è costretti ad ammettere che «rimane elevato il ricorso all’IVG da parte delle donne straniere, a carico delle quali si registra un terzo delle IVG totali in Italia» (p.9).

Ciò nonostante nessuno, neppure fra i prelati più loquaci in questa estate di polemiche arroventate sul tema dell’immigrazione, sembra essersi accorto del perdurare di un clamoroso paradosso sul quale sarebbe più che mai doveroso insistere; non solo per la sua evidente gravità, non solo perché evidenzia in modo inoppugnabile i limiti di un’accoglienza che dà a priorità sì a donne e bambini, ma purché queste non siano incinte e i piccoli siano nati, ma perché è il solo aspetto della tutela delle persone immigrante sul quale tutte le forze politiche sono assenti. Perché allora questo silenzio? Forse, si può supporre, perché fa comodo. O forse perché è una verità che fa male.

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