woodstock

Quarantasei anni fa, proprio in queste ore, ebbe luogo quello che si può ritenere l’evento simbolo del Sessantotto: il concerto di Woodstock, tre giorni di musica ininterrotta alla presenza di 400.000 giovani che trasformarono Bethel, una piccola provincia dello Stato di New York, nel palcoscenico di quello che ancora oggi appassionati del settore molti giudicano il più grande Festival rock di tutti i tempi. Ma al di là del fenomeno musicale – che vide protagonisti artisti, tutti assieme, del calibro di Joan Baez, Joe Cocker (1944-2014), Santana e Jimi Hendrix (1942-1970) – l’anniversario di Woodstock ci offre la possibilità d’una riflessione più ampia sull’eredità del Sessantotto, con ogni probabilità la più significativa rivoluzione del Novecento.

Posto che non fu affatto un fenomeno lineare e coordinato, ma che, anzi, ebbe in origine almeno tre celebri teatri – l’America, la Francia e Praga – peraltro assai difformi fra loro sotto molti profili, il Sessantotto rimane una stagione fondamentale e da studiare, soprattutto se si vogliono leggere in modo più approfondito le forme del presente. Prima della Guerra in Vietnam e di un modello di società alienante, a scatenare la contestazione fu, sostengono in molti, la sordità di una politica e d’una generazione rintronate dal boom  economico. Può apparire un’analisi semplicistica, ma è impossibile negare la responsabilità di quanti, ancor prima che la rivoluzione albeggiasse, sottovalutarono la questione giovanile.

A titolo d’esempio, basti ricordare come, nel bel mezzo della ripresa economica, il sociologo Camillo Pellizzi (1896 – 1979) parlasse di una «gioventù che desta poche preoccupazioni, che ispira scarso interesse e che non dà l’impressione di riserbare grandi sorprese» (Il Messaggero, 2/2/1959). Alla luce di quanto sarebbe accaduto di lì a dieci anni appena, possiamo serenamente dire che mai, di fatto, analisi fu più incauta.  La stessa musica, che conobbe a Woodstock il suo apice, in realtà non fu che un pretesto politico generazionale. Non per nulla sulla “Stampa alternativa”, giovani ribelli confessavano: «Non ce ne frega niente o quasi niente di riprenderci la musica […] per noi riprenderci la musica vuol dire togliere dalle mani dei padroni uno strumento mostruoso di corruzione».

Sarebbe comunque ingenuo dimenticare la paternità ideologica di un fenomeno che smarrì presto la propria spontaneità per divenire funzionale ad un progetto politico, ancorché non istituzionalizzato, decisamente efficace nel propalare il proprio credo edonista. Prova ne fu la droga, che intasò i corpi di larga parte dei presenti a Woodstock e che conobbe una diffusione trasversale, dalle periferie metropolitane ai salotti alti del potere. Persino i Beatles, i quattro di Liverpool che si presentarono al mondo in giacca e cravatta, ne divennero schiavi; George Martin, storico collaboratore della band, nel suo Summer of love. The making of Sgt. Pepper (Edizioni Coniglio) racconta di come i Beatles ricorressero spesso alle droghe, e di come una volta Lennon (1940-1980), sotto effetto di Lsd, urlò di volersi lanciare dal tetto di un edificio.

In questo senso, il Sessantotto fu amarissimo paradosso: sorto per propiziare un mondo libero, finì per incrementare la più devastante delle prigionie. Un altro grande equivoco, tutt’ora ignorato dai più, è quello di considerare quella ribellione giovanile come fenomeno politico di sinistra, contro il sistema e segnatamente antifascista. Ebbene, fu l’esatto contrario. Scrive Marcello Veneziani: «Il ‘68 somiglia maledettamente al primo fascismo rivoluzionario, col suo mito vitalista e giovanilista, la sua voglia di trasgredire, il suo spirito antiborghese e antisenile» (Libero, 24/10/08).  E se la rivoluzione fascista si ossificò in un regime, quella del Sessantotto finì, a sua volta, per instaurare non una, bensì molte dittature, da quella già citata delle droghe, che divennero per la prima volta fenomeno di costume, a quella del tanto vituperato Progresso.

Ennesima contraddizione: con la scusa di brandire la causa di un mondo bucolico e armonioso, si è spazzato via ogni cosa che sapesse di Tradizione, con l’unico risultato d’aver spianato la strada ad un capitalismo che, nonostante la crisi economica, a decenni di distanza non offre ancora alcun segnale di cedimento. Alla faccia dell’anticapitalismo dei sessantottini! E’ curioso, infine, rilevare come oggi i primi a decretare il fallimento di quel periodo non siano dei reazionari, bensì i figli di coloro che, la rivoluzione, la fecero in prima linea. E che non esitano a puntare il dito contro i propri genitori e, più in generale, contro la generazione che li ha preceduti: da Anna Negri, figlia di Toni, a Marco Archetti che nel suo Gli asini volano alto (Feltrinelli) parla di un papà «dissennato testa calda» che costringe la mamma ricalcitrante ad «edificare il comunismo».

Ma anche gli stessi ex sessantottini, o almeno alcuni fra loro, ripensando a quel periodo oggi esistano, sia “da sinistra” che “da destra” ad ammettere limiti ed errori. L’ex Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, “da sinistra” ha per esempio pubblicamente fatto ammenda sulla primavera di Praga, mentre “da destra”  il giornalista Vittorio Feltri ha scritto: «Noi figli […] dell’amato odiato Sessantotto non percepiamo più che fedeltà e sacrificio sono dovuti, prima ancora che alla persona umana, all’integrità del proprio Io, alla consistenza di esso. L’abbiamo confusa con la narcisistica adorazione di sé, ed ora non ci capiamo più nulla. Siamo malati, malati nell’Io». Purtroppo, in aggiunta a questo Sessantotto se n’è creato un secondo, fantastico e leggendario. Un Sessantotto che affascina ancora molti, a partire dai giovani,  convinti che sia stata un’epoca stupenda. L’esatto opposto di quello che, con la loro forza incontestabile, dicono i fatti.

Annunci