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Le recenti polemiche sorte fra alti prelati ed esponenti politici con riferimento all’accoglienza delle persone immigrate hanno un merito e un limite: il merito è quello di attirare l’attenzione su un fenomeno certamente grave ed emergenziale, verso il quale sarebbe inumano restare indifferenti, mentre il limite consiste nel lasciare intendere che le dichiarazioni di questo o quel vescovo effettivamente coincidano col pensiero della Chiesa. La realtà però è più complessa e lo stesso pensiero della Chiesa sull’immigrazione è tutt’altro che semplicistico come talune sintesi giornalistiche lo fanno apparire. Uno schema di detto pensiero ce lo offre, su tutte, l’enciclica Caritas in veritate (2009) di papa Benedetto XVI, laddove vengono evidenziati, rispetto a povertà e immigrazione, tre principi fondamentali. Il primo consiste nella salvaguardia dei «diritti delle persone e delle famiglie emigrate» (n.62): chi è costretto a lasciare il proprio Paese, scrive Benedetto XVI, deve vedersi riconosciuti i propri «diritti fondamentali inalienabili»: una sottolineatura alla quale, in questi giorni, hanno fatto eco le parole di papa Francesco, il quale ha con forza sottolineato come un’accoglienza non all’altezza o che sconfinasse perfino in affrettati respingimenti in mare sarebbe da considerarsi come disumano «atto di guerra».

Accanto ai «diritti delle persone e delle famiglie emigrate» vi sono – afferma la Caritas in veritate – vanno considerati «al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati». Ora, per meglio comprendere quali siano i diritti delle società di approdo degli emigrati occorre, ci soccorre il Catechismo della Chiesa Cattolica, che stabilisce l’immigrato non abbia la generica possibilità, ma il preciso dovere di «rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri» (CCC, 2241): dunque il diritto di un Paese che accoglie è, in primo luogo, quello di vedere rispettate le proprie tradizioni culturali e religiose, oltre che le proprie leggi. E non finisce qui. Infatti la Chiesa considera come prioritario pure «il miglioramento delle situazioni di vita delle persone concrete di una certa regione, affinché possano assolvere a quei doveri che attualmente l’indigenza non consente loro di onorare», sia perché «nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo», sia perché anche coloro che non emigrano e rimangono nei loro Paesi, evidentemente, sono persone umane e vanno assistiti nella loro condizione di povertà.

Quest’ultima sottolineatura non va considerata marginale giacché, da quando la Chiesa ha iniziato a pronunciarsi sui flussi migratori – cioè almeno dalla Costituzione apostolica Exsul familia (1952) di papa Pio XII (1876-1958) in poi –, il Magistero è stato sempre molto chiaro nel ribadire che esiste, ancorché spesso taciuto, un diritto fondamentale di ogni cittadino ed essere umano: quello di non emigrare; o meglio, di non essere messo dalle circostanze nelle condizioni di doverlo fare. In questo senso, si comprende come mai, il 7 luglio 2013, nel proprio viaggio a Lampedusa, papa Francesco non abbia criticato né la politica né – come forse qualcuno forse auspicava – la vituperata legge Bossi-Fini, chiamando invece apertamente in causa le «organizzazioni internazionali». La ragione di questo richiamo deriva infatti dalla consapevolezza, come si è già ricordato, che «nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo», e dalla considerazione secondo cui il problema dell’immigrazione, a sua volta, ne contiene molti altri che sarebbe ingenuo credere risolti al calare degli sbarchi o con un’integrazione più riuscita. La questione migratoria può quindi essere affrontata, per un cristiano, solo in un’ottica di carità e realismo insieme: il resto sono semplificazioni e slogan, a prescindere da chi ne sia l’autore.

Giuliano Guzzo

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