climber on sunset on the rock

Capita purtroppo a tutti, prima o poi, di assistere al peggiore dei terremoti, quello che nessuno, oltre a chi lo sperimenta, avverte; quello il cui epicentro è la vita personale e l’insieme di doni, presenze e privilegi che, col tempo, si tende – sbagliando – a credere eterni. Poi però arriva il terremoto, a volte anticipato da scosse minori altre completamente improvviso, e tutto cambia; succede con una delusione d’amore, il fallimento di un progetto, un grave lutto, la perdita del lavoro, la scoperta di problemi di salute propri o di persone molto care. In linea teorica si può anche provare ad elencarle tutte, le possibili forme del “terremoto invisibile”, ma ciò che conta – e ciò che davvero pesa – sono soprattutto gli effetti, che possono andare dalla tristezza allo smarrimento, dal senso di sconfitta alla più lacerante disperazione. Può essere sconveniente ricordarlo, specie in un mondo dove l’altalena dell’umore, per tanti, già oscilla continuamente fra crisi vera e provvisorio ottimismo, ma la vita è fatta anche di questo: ci sono la tregua, la pace, le piccole vittorie, a volte persino la felicità, ma pure i terremoti purtroppo. E allora perché nasconderlo? Perché spacciare l’oscurità per luce diversamente luminosa? Perché fare ridurre le amarezze più grandi a percezioni ingannevoli?

E’ opportuno chiederselo dato che è diffusa, in molti, la convinzione che per sopravvivere al terremoto personale sia opportuno chiamarlo con un altro nome, distrarsi, minimizzare. A chi però subisce l’evento sismico, a chi vede – in parte, molto o del tutto – sconvolta la propria vita scorciatoie simili non bastano per la stessa ragione per cui, davanti a ferite sanguinanti, occorrono soccorritori esperti e non abili affabulatori. Per questo, una volta terminate le scosse di terremoto e quantificati i danni, ogni superstite tende anzitutto ad assumere due atteggiamenti diversi anche se non opposti. Il primo è quello di ritenere che la distruzione sia stata troppo vasta e non vi sia, di fatto, più nulla da fare se non prendere atto di una condizione irrimediabile; questo atteggiamento, per quanto talvolta comprensibile, è pericoloso perché alla demolizione aggiunge demolizione, alla crisi altra crisi. E’ come se il terremoto personale continuasse all’infinito. La seconda reazione successiva al terremoto, di solito, è quella che sfocia nella rabbia contro Dio; in tal senso la differenza fra il credente convinto aderente alla Chiesa e colui che vive diversamente o privatamente la propria religiosità potrebbe rilevarsi sorprendentemente sottile. E questo non perché l’esistenza del fedele assiduo e quella di chi ha una fede più debole siano identiche: tutt’altro.

Il punto è che, così come la violenza di certi terremoti, a volte, non risparmia neppure gli edifici più recenti e strutturati, nella vita personale vi sono scosse che feriscono chiunque lasciando talvolta sia quanti si riconoscevano come credenti sia gli altri in una condizione di profonda debolezza che può, per l’appunto, configurarsi in una rabbia contro Dio. Perché mi hai fatto questo? Come mai proprio a me una delusione tanto grande? Per quale ragione le mie spalle sono chiamate a sopportare un peso simile? Sono tutti interrogativi che chiamano in causa Dio, considerato dall’uomo disperato come il responsabile di tutto. A parte che è curioso come all’Onnipotente vengano molto spesso attribuite le colpe per i terremoti ma assai raramente riconosciuti i meriti per gli arcobaleni o per le giornate senza nuvole, è senz’altro vero che nulla sfugge al suo controllo; questo significa che anche i fenomeni sismici che a volte scuotono la nostra vita sono da Lui, quanto meno, permessi. In quanto esseri umani, anche se siamo esclusi dalla possibilità di comprendere con chiarezza le dinamiche più misteriose, possiamo però scrutarne il fine ultimo; e possiamo farlo facendo nostre le parole di san Tommaso d’Aquino (1225-1274), quando scrive che se «Dio permette che ci siano i mali», lo fa per «per trarre da essi un bene più grande» (Summa Theologiae, III, q. 1, a. 3, ad 3).

Questo significa che ogni terremoto – anche il più violento – che dovesse abbattersi su di noi non solo è finalizzato ad una ricostruzione, ma ad una ricostruzione verso equilibri più solidi dei precedenti. Una simile considerazione lascia però aperta una questione importante, strettamente connessa con la realtà e cioè la portata, non sempre del tutto sanabile, della privazione che taluni eventi determinano in noi. Posso cioè anche convincermi che «i mali» siano tutti orientati a «un bene più grande», ma come, in concreto, ricostruire la vita dopo fallimenti enormi? Come trovare un’occupazione professionale del tutto equivalente a quella perduta? Come rimpiazzare l’affetto di una persona scomparsa? In che modo accettare che un amico o un fidanzato o fidanzata dedicano di dirci addio? Come pensare ad una via d’uscita quando il terremoto stesso ha demolito la principale? Quale alternativa, insomma, ad una sconfitta dal sapore definitivo? E’ opportuno misurarsi con questi quesiti perché, se da un lato è vero che l’evento sismico – come si è detto – è occasione di ricostruzione, dall’altro è innegabile come non tutto possa effettivamente tornare come prima, soprattutto quando gli assetti esistenziali feriti riguardavano contesti, situazioni e persone.

E’ allora il caso di riflettere su quale ricostruzione Dio – lo stesso a cui rivolgiamo la nostra rabbia in certe situazioni – abbia in mente: a volte la prova cui siamo sottoposti ci consente un ripristino totale della normalità perduta, altre no. Ma dato che Colui che tutto vuole o consente, in una prospettiva cristiana, non può non operare che per il Bene, è il caso di considerare come, dopo scosse profonde, il ricominciare a vivere non equivalga mai a vivere come prima. Questo perché il passato, molto banalmente, è passato; e se ciò è vero, a ben vedere, anche dopo stagioni di gioia, lo è a maggior ragione dopo tempeste o terremoti. La ricostruzione alla quale siamo chiamati non è allora una semplice replica di quanto già vissuto, bensì il guardare tutto con nuovi occhi, nuova sensibilità, nuovo amore: solo da uno sforzo interiore fiducioso e supportato dalla vicinanza di persone sincere, oltre che dalla preghiera, è dunque possibile superare quanto appare non superabile, ripartire anche quando gli argini della tristezza circostante sembrano impenetrabili, generando rassegnazione. Tralasceremmo tuttavia un aspetto fondamentale se non ricordassimo come già prima del raggiungimento del «bene più grande» – non necessariamente terreno – di cui parlava l’Aquinate, persino durante il terremoto stesso della nostra vita è possibile sperimentare speranza.

Come? Tenendo presente che, per quanto distruttiva e interminabile, la nostra tribolazione non sarà mai così dolorosa e così ingiusta come la Passione toccata a Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, Colui che – a differenza nostra – avrebbe potuto evitare ogni sofferenza, ma ha scelto di sperimentare, tutte insieme, le peggiori, dal tradimento all’abbandono, dalle ferite del corpo a quelle dell’anima; e dire che, per salvarsi, Gesù non avrebbe dovuto neppure ricorrere a poteri soprannaturali, bastando una sua fuga davanti a chi lo voleva arrestare o qualche scusa strategica dinnanzi a chi lo voleva processare. Eppure non lo ha fatto dando conferma in anticipo, rispetto alla risurrezione, della natura divina del suo amore. Ecco, se fissiamo lo sguardo di Gesù sulla croce e durante le torture subite, fra le aggressioni e quando nessuno ne prese le difese, scopriamo come pure il terremoto che si è abbattuto o si sta abbattendo su di noi, per quanto ci tocchi personalmente, non ci può mai isolare dalla speranza. Il perché ce lo ricordano le stesse parole di Gesù: «Ecco, verrà l´ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per proprio conto e mi lascerete solo: ma io non sono solo perché il Padre è con me» (Gv 16,32).

Se siamo convinti di questo, allora possiamo comprendere come nessun “terremoto invisibile”, in realtà, abbia il diritto di farci paura: esiste semmai il diritto di averne, anche se mai del tutto, essendo impossibile l’assenza totale di speranza e possibile solo – per quanto comprensibile – una sua temporanea dimenticanza. E la stessa, fortissima disperazione che ci attraversa in alcuni passaggi della nostra vita da un lato, e la rabbia nei confronti di Dio dall’altro, altro non sono che reazioni umane ma sbagliate, prevedibili ma non conformi a quella rinascita alla quale siamo continuamente chiamati, anche dopo il superamento di una difficoltà. Non è infatti la sola sopravvivenza – anche se in alcune fasi può apparire già molto – bensì un’esistenza piena quella che Chi ci ama ha in mente per noi. Spesso ce lo dimentichiamo, ma le cose stanno così: il nostro destino ultimo è proprio quella felicità che spesso confondiamo con l’illusione da quanto è vasta, quella meta così alta da far venire le vertigini al solo immaginarla. In tal senso, osserva giustamente François Gervais che «Dio non ti ispira nessun sogno senza darti il potere di realizzarlo». La felicità non è insomma cosa remota, come temono a volte i poeti, ma esige di essere cercata su giusti sentieri.

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