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«Stampando una notizia in grandi lettere – sosteneva Jorge Luis Borges (1899-1986) – la gente pensa che sia indiscutibilmente vera». A qualcuno potrà sembrare che il grande scrittore argentino esagerasse, ma in realtà è vero il contrario: esagera chi minimizza, chi ingenuamente ridimensiona gli effetti che le notizie possono avere sul pubblico. E’ una riflessione che – sia pure sommariamente e senz’addentrarci in dettagli e distinzioni che pure, nelle sedi appropriate, meriterebbero di essere svolte – vale la pena concedersi giacché non vi sono dubbi sul fatto che le notizie, specie le cattive, e la violenza sullo schermo producano conseguenze. L’espressione più opportuna e riassuntiva per definirle è “intossicazione emozionale”. Per capire di che si tratta basta ragionare sul concetto di intensità emozionale e pensare che, se anche l’intensità emozionale di un atto di violenza visto in televisione fosse, poniamo, un centesimo rispetto a quella che si sperimenterebbe assistendo a quel medesimo atto di persona, dal momento che ad un telespettatore – secondo indagini americane – vengono mediamente rifilati ogni anno 10.000 fra omicidi, aggressioni, stupri, vuol dire che in un anno ciascuno di noi, grazie ai media, è come se assistesse dal vivo a 100 atti di violenza. E’ plausibile che tutto ciò sia privo di conseguenze?

Pensiamoci. Anche perché la letteratura ci fornisce molteplici elementi di valutazione al riguardo. Ad esempio l’esposizione alle cattive notizie – secondo uno studio – nuoce, in particolare alle donne le quali pare facciano registrare una più accentuata alterazione nella produzione di cortisolo, l’ormone dello stress (Plos One, 2012). Secondo una ricerca dell’Università Johannes Gutenberg di Mainz la diffusione di notizie allarmanti produce invece un “effetto nocebo” paragonabile a quello di un paziente non appena legge il bugiardino di un farmaco apprendendone gli effetti collaterali (J Psychosom Res, 2013;74(3):206-12). Disponiamo inoltre di evidenze circa la correlazione fra l’esposizione alla violenza ed il diffondersi di condotte antisociali (American Psychologist, 2001;56(6/7):477-489). Se poi volgessimo lo sguardo agli effetti sui minori e sui giovanissimi i riscontri sarebbero ancora più allarmanti e pressoché univoci nel mostrare come i media esercitino influenze devastanti non solo in ordine a condotte aggressive ma anche, per esempio, ad una più disinvolta, irresponsabile e violenta concezione della vita sessuale (American Association for Psychological Science, 2012). E siamo qui ancora a chiederci – si potrebbe osservare – se per caso televisione, radio ed internet abbiano delle responsabilità in ordine a quanto diffondono? Purtroppo sì, siamo ancora qui ad interrogarci su questo e lo faremo fino a quando i diretti responsabili, coloro che definiscono la programmazione televisiva e scalette di telegiornali e trasmissioni, non si decideranno a fare altrettanto.

Giuliano Guzzo

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«Un passo gigantesco oltre la sociologia» (Tempi)

«Bellissimo libro» (Silvana de Mari, medico e scrittrice)

«Un libro che sfata le mitologie gender» (Radio Vaticana)

«Un’opera di cui ho apprezzato molto l’ironia» (S.E. Mons. Luigi Negri)

«Un lavoro di qualità scientifica eccellente» (Renzo Puccetti, docente di bioetica)

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