foibe

La domanda che torna, nel Giorno del ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, è in fondo sempre la stessa: com’è stato possibile? Perché ci è voluto oltre mezzo secolo perché l’Italia si decidesse a ricordare i propri morti, così crudelmente massacrati? D’accordo le divisioni e le divergenze ma le vittime, almeno quelle, non meriterebbero lo stesso rispetto, specialmente se innocenti? Tanto più che buona parte dei crimini commessi da Tito e dai suoi erano arcinoti da decenni: il Grido dell’Istria del 28 marzo 1946, per esempio, ne riferiva in prima pagina. Per non parlare degli italiani portati via con la famigerata corriera della morte e poi ritrovati nelle foibe: su Il Piccolo di Trieste era raccontato tutto per filo e per segno già il 15 ottobre 1943. Eppure delle foibe per tanto, troppo tempo è proibito parlare e lo rimane tutt’ora come dimostrano l’isolamento culturale ai danni dello scrittore Carlo Sgorlon (1930-2009), reo di parlarne nei suoi romanzi, e le contestazioni a Simone Cristicchi, colpevole, nello spettacolo “Magazzino 18”, di rievocare l’esodo istriano del ‘47.

Una simile, sistematica censura, a mio avviso, ha almeno tre spiegazioni. La prima riguarda la capacità storicamente fenomenale della sinistra italiana di alternare il ritornello dei “compagni che sbagliano” alla negazione di ogni responsabilità. Gli esempi clamorosi, a questo proposito, si sprecano: da Giangiacomo Feltrinelli (1926-1972) – morto mentre stava piazzando esplosivo e per sette anni dalla morte santificato come vittima delle “stragi di Stato” – a Giorgio Bocca (1920-2011), che nel 1975 sosteneva che l’esistenza delle Brigate Rosse fosse una favola e che in realtà fossero nere; dall’orribile rogo di Primavalle – che Lotta Continua descrisse come messinscena («La provocazione fascista oltre ogni limite arriva al punto di uccidere i suoi stessi figli») – al rapimento del giudice Mario Sossi ad opera dei brigatisti, che dei giornali spacciarono per un’operazione dei servizi segreti per propagandare in senso antidivorzista al campagna referendaria allora in corso.

Il livello, per capirci, era questo. Non c’è quindi da stupirsi dell’imbarazzo che tutt’ora serpeggia in non pochi ambienti di sinistra allorquando si parla di foibe. La seconda spiegazione del prolungato silenzio sulle vittime che oggi ricordiamo si riassume in una data: 28 giugno 1948. In quel giorno, infatti, il maresciallo Tito ruppe con Stalin guadagnandosi non poche simpatie anche nel mondo atlantico e la Dc, uscita vittoriosa dalle elezioni del 18 aprile, non si prese troppo a cuore la memoria degli infoibati. C’è poi da dire – come ricorda Vespa – che «il governo iugoslavo, giocando d’anticipo, aveva chiesto l’estradizione per crimini di guerra di parecchi ufficiali dell’esercito italiano», richieste che «non furono mai prese in considerazione, ma in cambio si rinunciò alla resa dei conti sulle foibe. Fu un prezzo altissimo» (Storia d’Italia, Mondadori 2007, pp. 159-160).

Inoltre si aggiunga – come terza ragione dell’odiosa censura sulle foibe – l’incapacità culturale della destra italiana di incidere, di anteporre il bisogno di comunicazione alla permanenza nei propri circoli. Va però detto che detta incapacità è stata ed è anche l’esito di una ghettizzazione per molti versi imposta, come dimostra il fatto che il solo voler commemorare le vittime dei crimini di Tito, ancora oggi, attiri il sospetto di essere nostalgici del Ventennio. Quando finalmente riusciremo, come Paese, ad andare oltre; quando capiremo che i morti innocenti non sono né di destra né sinistra, ma appartengono alla comune civiltà calpestata dalla barbarie, probabilmente la ricorrenza del Giorno del ricordo sarà meno decisiva di quanto non sia oggi. Ma fino a quel giorno servirà avere il coraggio di unirsi e pregare perché mai più si ripetano simili orrori. E che mai più, soprattutto, si ripeta la vergogna – per certi versi ancora peggiore – di un silenzio omertoso e colpevole. Il silenzio di chi ha paura di parlare, e di chi ha paura della verità.

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