Nei giorni scorsi la politica americana si è infiammata dal tema, assai scottante, della violenza sessuale ed in particolare della relazione tra questa, le gravidanze indesiderate e gli aborti volontari. Due sono i motivi principali per cui il tema è tornato d’attualità: le dichiarazioni di alcuni politici, e il fatto che la violenza sessuale sia un problema molto sentito dagli americani. Basti dire che negli Stati Uniti si registra un tasso di stupri tra i più alti nel mondo, addirittura quintuplo – riferiscono le statistiche – rispetto a quello italiano [1].

Il problema, dunque, è serissimo e merita la massima attenzione istituzionale, giuridica e delle forze dell’ordine affinché possa essere contrastato con efficacia sempre maggiore. Detto questo non possiamo nasconderci quanto osservava la penna – acuta e controcorrente – di Robert Hughes (1938-2012) a proposito di «una nuova ortodossia del femminismo» che propende deliberatamente a ritenere che «il sesso tra uomini e donne» sia «sempre violenza carnale». Emblematiche, a questo proposito, le parole della femminista radicale Andrea Dworkin (1946-2005): «Fisicamente la donna durante il rapporto è uno spazio invaso, un vero e proprio territorio occupato, in senso letterale; occupato anche se non c’ è stata resistenza, anche se la donna occupata dice: ‘ Sì, ti prego, sì, ancora, ancora!’» [2].

Il solo modo per affrontare seriamente la questione dell’aborto in caso di stupro, allora, è trascurare impressioni e specifici punti di vista e partire considerando dei dati oggettivi. Cominciamo da quello più elementare: il tasso di correlazione tra stupro e gravidanza. A quanto ammonta? E’ minore o maggiore di quello che si registra per i rapporti consensuali? Si tratta di una questione per molti versi aperta se si considera che qualche anno fa alcuni studiosi hanno sostenuto che l’incidenza dei concepimenti post-stupro sia addirittura superiore a quelli conseguenti a rapporti senza violenza [3]; tuttavia, com’è stato osservato, si trattava di conclusioni quanto meno discutibili e soprattutto articolate sulla base di dati non rappresentativi o comunque insufficienti [4].

Molto meno dibattuto è invece il dato che a noi interessa, ovvero il citato tasso di correlazione tra stupro e gravidanza, che da quanto sappiamo risulta effettivamente basso, anzi bassissimo: il 5% [5]. Questo senza considerare il fatto che spesso gli stupri dichiarati non corrispondono a quelli reali: consultando alcune ricerche sul tema, scopriamo infatti come il tasso di false segnalazioni oscilli da un minimo di 6 ad un tetto del 45% del totale [6] e sia di gran lunga superiore a quello riguardante qualsiasi altra tipologia di atto criminale [7].

Ad ogni modo, prendendo per buono il dato del 5%, vuol dire che nel 95% dei casi (ma la percentuale potrebbe addirittura essere superiore), cioè quasi sempre, ad una violenza sessuale non segue una gravidanza. Appare dunque assai pretestuoso continuare ad insistere sulla tragica eventualità di una violenza per giustificare il diritto di aborto. Anche perché, se osserviamo i dati statunitensi in fatto di aborti, scopriamo un fatto se non incredibile di certo molto sorprendente: la percentuale delle donne che abortiscono a causa di uno stupro è minima: l’1% [8]! Attenzione: questo dato così basso – e suffragato da un confronto di anni molto distanti fra loro, il 2004 e il 1987 – non può in alcun modo essere sospettato di non attendibilità o di essere oggetto di propaganda pro-life dal momento che compare in uno studio curato e pubblicizzato  dal Guttmacher Institute [9], punta di diamante della lobby abortista americana e non solo.

A questo punto è d’obbligo una parentesi: se i motivi per cui si fa ricorso all’aborto procurato riguardano solo nell’1% dei casi donne che hanno subito una violenza, coma mai ogni volta che si intende discutere – anche solo discutere – la possibilità di rendere illegale questa pratica, si finisce inevitabilmente per dibattere sulla casistica, assai rara, della gravidanza post-stupro? Il sospetto, ma è ben più di un sospetto, è che l’immancabile concentrarsi su questo caso limite altro non sia che un trucco dialettico abortista per chiudere in fretta e furia – e senza validi argomenti – qualsivoglia dibattito in materia di aborto.

Ricapitolando: abbiamo visto come chi definisce la gravidanza conseguente ad uno stupro come un fatto raro sbaglia. Ma non per sottostima – come denunciano taluni – bensì per esagerazione; l’aborto dopo la violenza sessuale, infatti, non è solo un fatto raro, ma rarissimo, quasi inesistente sotto il profilo statistico. Le ragioni di tutto ciò sono molteplici e riguardano anche un aspetto poco conosciuto eppure commovente: le gravidanze –  assai meno rare di quanto si sia portati a credere -conseguenti a delle violenze che vengono portate a termine.

Lo confermano alcune ricerche, che attestano come non più della metà delle donne incinte dopo una violenza scelga di ricorrere all’aborto volontario [10], ma soprattutto lo documentano quelli che, a distanza di anni, restano probabilmente i più corposi e precisi studi sull’argomento: i lavori della dottoressa Sandra Mahkorn, la quale ha scoperto che, nonostante sussistano forti e in larga parte prevedibili pressioni esterne a favore dell’aborto, meno della metà delle donne che aspettano un bambino dopo essere state violentate sceglie di abortire [11]. Un fatto, questo, che dovrebbe aprire gli occhi a quanti, incuranti di questa evidenza, seguitano a pensare che una gravidanza conseguente ad una violenza debba finire con un aborto.

Oltretutto, sorvolando ancora sulla dimensione etica, c’è da dire che un aborto rappresenta a tutti gli effetti una violenza sulla donna: la mortalità materna dopo un aborto volontario è tripla rispetto a quella seguente ad un parto [12], senza dimenticare che l’aborto procurato aumenta del 60% il rischio di futuri aborti spontanei [13] e costituisce, anche a distanza di anni, una causa di forti rischi di ripercussioni mentali e depressione [14]. Dunque consigliare un aborto dopo la violenza dello stupro significa di fatto proporre altra violenza ad una donna già gravemente provata e che, come suggeriscono gli esempi che abbiamo ricordato poc’anzi, se aiutata concretamente terrà il suo bambino.

Con quest’ultima considerazione – lo si sarà notato – siamo passati alla seconda parte del nostro intervento, quella morale. La condanna all’aborto procurato è tale anche dopo uno stupro? E se sì, perché nemmeno in questo caso estremo e delicato l’aborto diventa legittimo? Suggerire di accettare una gravidanza ad una donna già traumatizzata da una violenza non sarebbe disumano? Le domande con le quali si è soliti misurarsi in questi casi sono grossomodo queste. La risposta morale, in parte già emersa dai ragionamenti svolti in precedenza, è che nemmeno dopo uno stupro – per quanto questo possa sorprendere – l’aborto diventa accettabile o tollerabile. Per diverse ragioni.

a) In qualsiasi circostanza l’aborto rimane «un abominevole delitto» [15], un male, e giammai – per logica, oltre che per etica – compiendo un male è possibile ricavare un bene. Altrimenti si cade nella trappola per cui il fine giustifica i mezzi; in tal caso, però, non solo l’aborto volontario ma tutta una serie di atrocità (guerre, violenze, manipolazioni genetiche) diventa lecita nella misura in cui può condurre ad un bene. Per capirci, persino le crudeltà commesse dai medici nazisti nei lager – in quest’ottica –  risultano accettabili. Il che è, per chiunque si ponga in un’ottica umana, del tutto inaccettabile. Ne consegue che se l’aborto viene colto per quello che è – una somma ingiustizia – mai potrà essere accettato. Provocare intenzionalmente un aborto, quindi, è un atto illecito «che non ammette eccezioni» [16].

b)  Un bambino che venisse a scoprire, in età più matura, di essere stato concepito dopo un crimine quale lo stupro certamente vivrebbe forti difficoltà sul versante educativo. In questo senso, non sarebbe biasimabile la madre che, avendolo cresciuto, scegliesse di non parlargli di suo padre. Tuttavia, se si condanna l’aborto, a questo bambino – pur “esito” di una violenza – si riconosce la possibilità vivere. E scusate se è poco. Anche perché non c’è dubbio che tra la morte e dunque la negazione della possibilità di qualsivoglia esperienza ed una difficoltà educativa, per quanto alta, questa seconda sia preferibile. Quindi l’aborto in caso di stupro si conferma, rispetto a quanto dicevamo poc’anzi, una immensa ingiustizia che in nulla risarcisce la vittima della violenza sessuale, anzi: ne è una seconda.

c)  Come si è visto in precedenza, l’aborto costituisce per la donna e la sua salute una indubbia violenza. Non si capisce pertanto in base a quale principio ci si può aspettare che dopo la violenza dello stupro la violenza dell’aborto – che peraltro determina, per la donna, maggiori tassi di mortalità [17] – possa divenire in qualche modo riparatrice. Facile, qui, l’obiezione: ma un figlio nato dopo una violenza ricorderà sempre alla donna quel trauma. Può darsi. Ma in caso di aborto avverrà qualcosa di peggio: la donna violentata non solo ricorderà la violenza, ma saprà che questa è stata tale da impedirle poi di accogliere la vita che teneva in grembo, portandola così a vivere una seconda violenza. Così la tragedia vissuta sarà doppia. E’ forse umano infliggere ad una persona già vittima di una violenza grave come quella sessuale una seconda, devastante violenza?

Per comprensibili ragioni di spazio e per non affaticare il lettore, ci fermiamo qui. Convinti – almeno si spera – di aver messo in luce due cose. Anzitutto che occuparsi dell’aborto procurato in caso di stupro – dal momento che solo l’1% delle donne che abortisce lo fa per questa ragione – significa quasi sempre fare polemica. E poi che in ogni caso, come abbiamo cercato di dimostrare, anche in questo caso limite – che talvolta riserva delle sorprese, come la volontà di almeno la metà delle donne violentate e madri di tenere il loro bambino – la soppressione di una vita umana innocente non costituisce né potrebbe mai costituire una soluzione. E’ l’autore della violenza colui che deve pagare per quello che ha commesso. Solo lui. Diversamente – lo abbiamo visto – ad una violenza si aggiunge un’altra violenza, e l’idea di giustizia scema inevitabilmente nella sua parodia più violenta ed iniqua: l’ingiustizia.

[1] Lo si può riscontrare attraverso un rapido confronto tra i dati nazionali di cui disponiamo, anche se non sono aggiornatissimi: http://en.wikipedia.org/wiki/Rape_statistics; [2] Dworkin A. cit. in. Hughes R. Dio, come sono fragile. «La Repubblica», 1/11/1994, p. 32 [3] Cfr. Gottschall J.A. Gottschall T.A. (2003) Are per-incident rape-pregnancy rates higher than per-incident consensual pregnancy rates? «Human Nature»; 14(1):1-20; [4]  Cfr. Lambert T.M. Pregnacy in. AA.VV. Encyclopedia of Rape, Merril D. Smith, Greenwood Press 2005, p. 155; [5] Cfr. Holmes M.M. – Resnick H.S. – Kilpatrick D.G. Best C.L. (1996) Rape-related pregnancy: estimates and descriptive characteristics from a national sample of women. «American Journal of Obstetrics and Gynecology»; 175(2):320-4; [6] Cfr. Lisak D. – Gardinier L. – Nicksa S.C. – Cote A.M. (2010) False Allegations of Sexual Assualt: An Analysis of Ten Years of Reported Cases. «Violence Against Women»;16: 1318-1334; Lea S. J. – Lanvers U. – Shaw S. (2003) Attrition in rape cases. «British Journal of Criminology»; 43, 583-599; McCahill T. W. – Meyer L. C. – Fischman  A. M. (1979). The aftermath of rape. Lexington, MA: Lexington Books; Gregory J. – Lees S. (1996). Attrition in rape and sexual assault cases. «British Journal of Criminology»; 36, 1-17; [7] Cfr. Jordan F.D. (1996) Sex crime investigations: the complete investigator’s handbook (ed. it. Sex crime investigations. Roma: Mediterranee; 2008:67); [8] Cfr. Finer L.B. – Frohwirth L.F. – Dauphinee L.A. – Singh S. Moore A.M. (2005) Reasons U.S. Women Have Abortions: Quantitative and Qualitative Perspectives. «Perspectives on Sexual and Reproductive Health»; 37(3):110–118; [9] http://www.guttmacher.org/pubs/journals/3711005.pdf; [10] Cfr. Holmes M.M. – Resnick H.S. – Kilpatrick D.G. Best C.L, Ibidem; [11] Cfr. Mahkorn S. – Dolan W. (1981) Sexual Assault & Pregnancy. «New Perspectives on Human Abortion». University Publisher of America, Lanham, pp.182-199; Mahkorn S. (1979) Pregnancy & Sexual Assault. «Psychological Aspects of Abortion». University Publishers of America, Lanham, pp. 53-72; [12] Cfr. Gissler M.  –   Berg C. – Bouvier-Colle M.H.- Buekens P.(2004) Pregnancy-associated mortality after birth, spontaneous abortion, or induced abortion in Finland, 1987-2000. «American Journal of Obstetrics & Gynecology»  190, 2 : 422-427; [13] Cfr. Maconochie N. – Doyle P. – Prior S. – Simmons R. (2007) Risk factors for first trimester miscarriage—results from a UK-population-based case–control study. «BJOG: An International Journal of Obstetrics & Gynaecology», 114 (2): 170-186; [14] Per esempio si veda il monumentale lavoro di Coleman (Coleman P.K. (2011)  Abortion and mental health: quantitative synthesis and analysis of research published 1995–2009. «The British Journal of Psychiatry»; 199: 180-186) oppure quello di Fergusson (David M. Fergusson D.M. – Horwood L.J. –Boden J.M. (2009) Reactions to abortion and subsequent mental health. «The British Journal of Psychiatry»; 195: 420-426); [15] Gaudium et Spes. Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, n.51; [16] Palmaro M. Aborto & scomunica (2009) «Il Timone», pp. 12-13; [17] Cfr. Reardon D. – Coleman P.  (2012) Short and long term mortality rates associated with first pregnancy outcome: Population register based study for Denmark 1980–2004. «Medical Science Monitor»; 18(9): PH 71 –76.

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